Autore Topic: Cambiare la scuola (per cambiare il paese) ma come?  (Letto 20724 volte)

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Royal Moore

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Re: Cambiare la scuola (per cambiare il paese) ma come?
« Risposta #600 il: 04 Novembre 2009, 15:19:55 »
E' vero, non era giusto una volta come forse non è giusto ora.
Possibile che non ci possa essere una sana equilibrata via di mezzo ?

Mi hanno impressionato però le cifre di un fenomeno che pur conoscevo ma non pensavo in dimensioni così drammatiche.
Troverei giusto che di questo si parlasse di più, che aldilà della difesa della disastrata categoria degli insegnanti la società intera si interrogasse sul futuro che si sta preparando con una scuola a tal punto ammalata.
« Ultima modifica: 04 Novembre 2009, 15:21:27 da Royal Moore »
« Son uscito per una passeggiata, son rimasto fuori tutta la vita. » John Muir

ABETE

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Re: Cambiare la scuola (per cambiare il paese) ma come?
« Risposta #601 il: 17 Novembre 2009, 14:23:39 »
Per Michele M
Mobilitazione studentesca nella Giornata internazionale del diritto allo studio
Uova, slogan e proteste: studenti
in piazza contro la scuola della Gelmini
A Milano quattro giovani fermati durante il corteo: scontri con la polizia e cassonetti ribaltati

MILANO - «Il futuro è nostro, riprendiamocelo». È lo slogan di uno dei tanti striscioni degli studenti italiani che sono scesi in piazza in 50 città italiane in occasione della Giornata internazionale del diritto allo studio. L'iniziativa quest’anno viene rappresentata con la frase «Education is not for sale»: la scuola non è in vendita. In Italia ci sono stati almeno 50 cortei, e poi presidi e occupazioni simboliche. E non sono mancati scontri e momenti di tensione. In particolare a Milano. Ma anche a Torino c'è stato un lancio di uova contro il ministero e l'occupazione del rettorato, mentre numerose città sono rimaste paralizzate per il traffico.
GLI SCONTRI - A Milano sono quattro gli studenti fermati durante il corteo che stamane ha preso il via da Largo Cairoli. Proprio nelle fasi iniziali ci sarebbero stati una serie di scontri con tanto di cassonetti ribaltati. Almeno quattro ragazzi sono stati fermati e portati in questura per l'identificazione e per decidere eventuali misure cautelari nei loro confronti. Il corteo ha continuato il suo percorso lungo le strade del centro.
TORINO - Nel capoluogo del Piemonte gli studenti hanno lanciato uova contro la sede regionale del Miur per protestare contro la riforma Gelmini. Al corteo partecipano migliaia di studenti degli istituti superiori e dell'università. Alla partenza, in piazza Arbarello, i manifestanti hanno dedicato un lungo applauso a Vito Scafidi, lo studente di 17 anni morto il 22 novembre dello scorso anno sotto le macerie della contro-soffittatura della sua classe, la 4a D del liceo scientifico Charles Darwin di Rivoli. Il serpentone colorato ha poi raggiunto la sede del Miur, dove oltre alle uova sono stati lanciati alcuni rotoli di carta igienica, e poi si è diretto alla sede dell'amministrazione provinciale. Occupato il rettorato dell'Università: tra i numerosi striscioni che sono stati esposti nel cortile e sulla balconata quelli con la scritta 'Riforma Gelmini: nove mesi per attuarla, non facciamola nascere", "Chi dorme nella democrazia si sveglia nella dittatura", "Riprendiamoci il nostro futuro" e "Blocchiamo la riforma". A manifestare sono, oltre agli studenti medi e agli universitari, anche i precari della ricerca e i precari tecnici e bibliotecari dell'Università.
ROMA - Al grido «ci prendiamo Roma» nella Capitale hanno protestato insieme studenti delle scuole superiori e universitari sfilando in corteo affinchè siano garantiti più fondi per il diritto allo studio. «Siamo in diecimila» - hanno detto i manifestanti - «contro la Repubblica delle banane». I ragazzi romani erano accompagnati anche da una delegazione di studenti iraniani. L'Unione degli Studenti ha brandito delle vere banane e con lo striscione che aperto il corteo che recita: «Il futuro è nostro riprendiamocelo sciopero generale studentesco». Gli studenti scesi in piazza si oppongono al disegno di legge del ministro Gelmini e chiedono più fondi da destinare al diritto allo studio per garantire a il diritto agli studi per tutti. Intanto i ragazzi di piazza Vittorio hanno annunciato l'occupazione del liceo Cavour. il corteo degli studenti si è da qualche minuto mosso da piazza Vittorio destinazione La Sapienza dove si terrà un'assemblea pubblica.
NAPOLI - Traffico paralizzato anche Napoli per la manifestazione degli studenti che si oppongono in particolare ai tagli della riforma Gelmini. Due i cortei partiti martedì mattina. L’Unione studenti si è data appuntamento alle ore 9 in piazza Mancini mentre i collettivi studenteschi alle 9.30 in piazza del Gesù. Entrambi i cortei hanno poi raggiunto, attraversando le vie del centro cittadino, piazza Plebiscito. Paralisi del traffico veicolare nell’intera city. Disagi per residenti e passeggeri dei mezzi pubblici che hanno dovuto attendere ore per poter usufruire di tram e autobus. La situazione è resa ancora complicata dalle decine di cantieri aperti nelle strade principali e non solo del capoluogo campano.
PALERMO - A Palermo gli studenti universitari e medi del movimento «Onda Anomala» hanno occupato contemporaneamente a Palermo l'assessorato regionale alla Pubblica istruzione e l'istituto magistrale Regina Margherita, con un'impennata della protesta che era iniziata in mattinata con un corteo. Un centinaio di universitari delle Facoltà di Lettere e filosofia e di Scienze sono entrati nei locali dell'assessorato regionale per manifestare contro il nuovo ddl Gelmini e chiedere alla Regione Siciliana di non recepire la riforma e anzi di potenziare con investimenti nella la ricerca pubblica. Gli studenti medi hanno invece occupato la succursale del «Regina Margherita», in piazza Guzzetta, dove hanno organizzato dibattiti e spettacoli contro la Gelmini.
NEL MONDO - Ma la protesta è mondiale. Sono migliaia gli studenti in tutto il mondo scesi in piazza per chiedere garanzie sul diritto all’istruzione da mantenere come un bene pubblico e non privatizzato, come sta accadendo, invece, in diversi paesi via di sviluppo. Intanto a Bruxelles si svolge un’assemblea internazionale, cui partecipa anche una delegazione di nostri studenti. In Italia la mobilitazione - cui hanno aderito l’Unione degli universitari, il coordinamento degli studenti universitari «Link», l’Unione degli studenti e la Rete degli studenti - interessa la maggior parte degli atenei italiani, ma anche il mondo della scuola. Oltre che nelle città principali manifestazioni e cortei si svolgono ad Ancona, Padova, Forlì, Torino, Parma, Ferrara, Catania, Perugia, Lecce, Cagliari, Genova, Pavia.
17 novembre 2009 corriere.it
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Alcuni commenti sul forum.. , che mi hanno colpito
Il paradiso in terra ( roberto2)
Da 40 anni, tutti gli anni, gli studenti protestano contro il Ministro dell'Istruzione di questo o quel partito, lamentandosi che il loro diritto allo studio è stato compromesso. Però poi a veder questi ragazzi li vedi tutti griffatti e con cellulari e scooter all'ultima moda, e soprattutto con NESSUNISSIMA voglia di lavorare. Quanti ragazzi oggi giorno, vanno a lavorare in panetteria, in pasticceria, fanno l'idraulico, il meccanino o il carpentiere??? risposta NESSUNO. O sono signori italiani anziani o extracomunitari... certo il loro sogno è di laurearsi in scienze della comunicazione, guadagnare tanto, lavorare in un posto pulito, non impiegare troppo tempo nel lavoro ma coltivare gli hobby, andare in vacanza e farsi la villetta. Sarebbe il caso che qualcuno spiegasse loro cos'è il mondo reale, ed in fretta...per ora rimangono braccia rubate all'agricoltura!!!
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Povera Italia!!!
x_Tuco_x
Grado di cultura in Italia: Gheddafi... solo in Italia può succedere che un personaggio del genere venga trattato con tutti gli onori!!! Personalmente mi fanno ridere tutti!!! Oggi tutto è un DIRITTO ma... i DOVERI sono spariti!!! Tutti che vogliono... vogliono... vogliono!!! In un paese dei balocchi come il Nostro... ormai niente piu mi stupisce! La cosa tragica è che il fondo è stato toccato tanto tempo fa... adesso si sta scavando!!!
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si avvicina natale....
(fornaretto84)
non frequento piu' la scuola da un po di anni visto che mi sono gia diplomato.... ogno anno di superiori è sempre stato cosi... si partiva da questo periodo fino ad arrrivare alle vacanze di natale a manifestare,solo per anticipare le ferie... è una prassi che si segue! il 90% dei ragazzi che stavano protestando li oggi,non sapevano neppure perche' erano li. e poi mi chiedo: ma in un paese dove si dice che c'è un "regime" pensate proprio che si possa protestare cosi? o solo semplicemente protestare? ragazzi pensate a studiare...lamentarsi è facile,rimboccarsi le maniche un po meno.


« Ultima modifica: 17 Novembre 2009, 14:54:01 da ABETE »

ABETE

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Re: Cambiare la scuola (per cambiare il paese) ma come?
« Risposta #602 il: 17 Dicembre 2009, 22:19:52 »
Sistema scolastico in Francia
Viaggio nel mondo della scuola transalpina; scopriamo le differenze tra la scuola francese la scuola italiana, con dati aggiornati e le ultime novità
a cura di andrea redatto giovedì 17.12.2009
In Francia il sistema scolastico è gestito in modo diretto dal Ministero della Pubblica di Istruzione (Ministère de l'Education nationale), sulla base di valori laici, che nonostante riforme e rinnovamenti che si sono succeduti nel corso dei decenni, sono tenuti sempre in considerazione e sono profondamente sentiti.
Il modello di scuola comprensiva, che aveva preso piede nei primi anni all'indomani della Seconda Guerra Mondiale, e che forniva una preparazione di carattere generale per tutti gli studenti, entrò in crisi con l'immigrazione soprattutto dal Nord Africa negli anni sessanta, con giovani che volevano una formazione di carattere più prettamente professionale. Una prima riforma del 1975 garantì una maggiore flessibilità per i giovani che volevano dedicarsi alla formazione professionale. L'ultima grossa riforma del 1992 ha unito le scuole elementari e materne (permettendo ai bambini di incominciare presto la scuola e alle madri di continuare a lavorare).  Negli ultimi dieci anni ha preso sempre maggior vigore il processo di decentramento di parte delle competenze dal Ministero a enti locali, dipartimenti e regioni, ma si tratta di un decentramento che riguarda soprattutto gli investimanti "materiali" e "strutturali". Se da un lato il decentramento dell'amministrazione della pubblica istruzione ha avuto degli effetti positivi soprattutto per il rinnovamento degli edifici coi fondi dei consigli provinciali, ha tuttavia creato una sorta di "mercato scolastico" che non può che accentuare le differenze territoriali. Le riforme della scuola pubblica mirano infatti a imporre la legge della concorrenza tra gli istituti scolastici e le disuguaglianze tra gli istituti saranno peggiorate, accentuando le disuguaglianze nell'accesso ai saperi. Informazioni sui principi e le caratteristiche dell'istruzione francese all'indirizzo http://www.education.gouv.fr/pid8/le-systeme-educatif.html. Altre informazioni sul sistema scolastico francese sul sito dell'AEFE - Agence pour l'Enseignement du Français à l'Etranger, http://www.aefe.diplomatie.fr.

LE FASI DELL'ISTRUZIONE SCOLASTICA

L'istruzione è obbligatoria dai 6 ai 16 anni. I bambini frequentano la scuola materna fino a 6 anni, la scuola elementare fino agli undici. Non esiste la scuola media bensì il Collège, che dura 4 anni. Dai 15 anni anni in poi iniziano le varie specializzazioni. Sono tre le fasi in cui si suddivide il sistema scolastico in Francia:

Scuola Primaria

L'insegnamento primario include la scuola materna e la scuola elementare:
- l'école maternelle corrisponde al nostro asilo, e si suddivide a sua volta in petite, moyenne e grande.
- l'école élémentaire, la scuola elementare, dai 6 agli 11 anni, si divide in course préparatorie (corso preparatorio), course élémentaire niveau 1 et 2 (corso elementare) e poi per finire course moyen 1 et 2 (corso intermedio).

Scuola Secondaria

In pratica si tratta delle nostre scuole superiori: prima si frequenta il Collége e poi il Liceo - Collége: si suddivide in varie fasi denominate sixième, cinquième, quatrième, troisième. Gli studi, dagli 11 ai 14 anni, vengono attestati con vari titoli: Diplome national du brevet, Certificat de formation générale, Brevet informatique et internet (B2i) e Attestations scolaires de sécurité routiére. La lingua straniera è considerata molto importante e al collegio se ne imparano solitamente due.

- Lycee: frequentando il liceo si possono ottenere attestazioni di diversa natura: il Bac (Baccalauréat général, Baccaluréat technologique, Baccaluréat professionel), il Brevetto (Brevet informatique et internet e Brevet d'études professionelles), Certificazione professionale (Certificat d'aptitudes professionelles).

Sistema Accademico Superiore

Le università francesi sono frequentate da quasi due milioni di giovani. Oltre alle università ci sono le cosiddette Grandi scuole (Grandes écoles) come il l'Ecole polytechnique. Altre informazioni sul Portale istituzionale dell'orientamento nel sistema scolastico, universitario e professionale in Francia, http://www.onisep.fr/onisep-portail/portal/group/gp e sul portale del Centro d'Informazione e di Documentazione per i giovani, http://www.cidj.com/.

SCUOLA SUPERIORE

Gli studenti possono decidere di interrompere i loro studi all'età di 16 anni, ma la maggior parte continua a studiare nei Licei generali o tecnologici fino ai 18 anni quando consegue il Bac, che è fondamentale ormai per potersi iscrivere nella maggior parte delle università, ed equivale al nostro esame di maturità. Il Liceo professionale, che indirizza in modo più specifico verso il mondo del lavoro, invece ha due opzioni: un ciclo corto di studi di due anni, oppure un ciclo di quattro anni per conseguire la maturità professionale. Nei licei sono previsti diversi indirizzi o sezioni: Liceo Sezione S (matematica e scienze), sezione ES (matematica economia), sezione L (classico, letteratura). Per entrare in una delle grandi istituzioni universitarie (Politechnique, Normale, ENA, HEC, Centrale… ecc.) sono previsti anni di vera e propria "scuola preparatoria" e poi bisogna anche vincere i concorsi di accesso. Le classi sono solitamente formate da un numero di studenti oscillante tra le 20 e le 25 unità.
INSEGNANTI

Leggenda vuole che il Ministero della Pubblica Istruzione francese sia uno dei più grandi datori di lavoro del mondo, ma negli ultimi anni si è diffuso anche in questo settore l'implacabile precariato.  La spesa globale per l'educazione equivale al 7% del PIL. La decentralizzazione di alcune competenze non ha modificato in alcun modo i processi di selezione del corpo docente. La nomina e la formazione degli insegnanti, il loro reclutamento e pagamento, l'organizzazione della didattica e la durata delle vacanze sono sempre stabiliti dal Governo e valgono per tutto il territorio transalpino. Un insegnante francese che lavora in una scuola superiore guadagna poco meno di 29.000 euro all'anno, meno dei pari ruolo tedeschi (45.000 euro) o inglesi  (32.000 euro).
ORARI, VACANZE E DIVISA
Il Collége prevede un orario che varia dalle 27 alle 30 ore settimanali, mentre la scuola primaria per i bambini dai 3 ai 10 anni ha visto ridursi negli ultimi anni il monte orario settimanale, al punto che alcuni istituti restano aperti soltanto quattro giorni alla settimana. Per quel che riguarda la scuola superiore in Francia le giornate scolastiche sono particolarmente lunghe, in media sei ore contro le quattro e mezza degli altri paesi. La giornata tipica degli studenti è così strutturata: lezioni al mattino e al pomeriggio, con la possibilità nelle ore buche tra una lezione e l'altra di studiare nelle biblioteche presenti nelle scuole (pratica quasi sconosciuta in Italia, dove si studia quasi sempre solo a casa). Ci sono 5 giorni di lezione a settimana, per un totale di 36 settimane, circa 160 giorni ad anno scolastico. Non esistono i tre mesi di vacanza estiva come in Italia. Ogni 6-7 settimane di scuola ci sono due settimane di vacanza, con l'obiettivo di ottenere dagli alunni il massimo del rendimento. Al posto dei trimestri o quadrimestri, ci sono cinque periodi di circa 7 settimane ciascuno. Peculiarità del sistema scolastico francese sono le Petites Vacances, periodo di vacanza invernale a febbraio. Per evitare un eccessivo sovraffollamento nelle zone di villeggiatura e soprattutto sulle piste da sci, la nazione è divisa in due fasce, A e B, che alternano ogni anno il loro periodo di vacanza. Enti del turismo e altre associazioni italiane hanno proposto a più riprese di introdurre questa pratica anche nel nostro paese, per ora senza successo.

TEST ED ESAMI

E' sorprendentemente bassa, se paragonata all'Italia, la percentuale di coloro che superano il Bac, in pratica la maturità: solo il 63,8% (la percentuale è riferita ai ragazzi nati nel 1988 che si soni diplomati nel 2006).Basso il tasso di dispersione scolastica: solo il 6% dei giovani abbandona la scuola senza conseguira una qualifica, mentre la media dell'Unione Europea è del 15%.  Le valutazioni nella scuola primaria sono numeriche e vanno dall'1 al 10, mentre nella scuola secondaria il meccanismo è differente e i voti partono dall'1 e arrivano fino al 20. Il voto finale dell'esame di maturità francese, il cosiddetto Bac è espresso in centesimi (come da noi in Italia): 45 per gli scritti, 35 per gli orali e 25 in base ai crediti accumulati nell'ultimo triennio.
Tante altre informazioni sulla scuola transalpina sono reperibili sui siti di alcune scuole francesi in Italia:
Il Lycée français Jean Giono di Torino, il Lycée Stendhal di Milano, l'Ecole Victor Hugo di Firenze, Lycée Chateaubriand di Roma, l'Institut Saint Dominique di Roma e l'Ecole Alexandre Dumas di Napoli.
(Tratto da studenti.it )

Michele M forse lui che lavora ''nel campo '' , sarà certamente a conoscenza...

ABETE

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Re: Cambiare la scuola (per cambiare il paese) ma come?
« Risposta #603 il: 28 Dicembre 2009, 13:32:17 »
Siccome è passato natale Abete fa un altro regalo :
Ho mandato tempo fa un e-mail a chi di dovere .. , ed ho ricevuto risposta  
Gentile prof. Cardin  , scrivo questa e-mail per  esprimere il mio rammarico sulla scarsa frequentazione dei corsi serali d'arte , a Mestre . Una città con  questo nome , sono rimasto abbastanza  colpito (in negativo ) dal scarso interesse  da parte dell'utenza  . Su duecentomila abitanti (senza contare il circondario )  , trovare venti persone interessate per formare una classe , è cosa impossibile ? Io sinceramente pensavo di no .. . Tempo fa mi ero andato ad informarmi per semplice curiosità . Credevo che fossero stati attivati i corsi , ma non è così..  . Come appassionato d'arte , e sopratutto un mancato allievo  . Oltretutto ai corsi serali si può iscrivere chiunque già diplomato e laureato . Non necessariamente  come requisito per iscriversi a tali corsi una persona , non deve aver finito gli studi .Si può considerararla  un esperienza di ''vita '' quale la scuola serale ,  può offrire in ambito scolastico oltre alla preparazione  che dà. Una grande opportunità persa per Mestre , e non solo ... .  Ringraziando per l'attenzione ricevuta , porgo distinti saluti .

Molto gentilmente mi hanno risposto :

Gentile Signore,  a lei sembrerà impossibile ma è proprio così ! Negli ultimi anni non si arriva a 10 iscritti contro i venticinque-ventisette richiesti dal Ministero per avviare una classe. Questa situazione investe pure i corsi serali degli Istituti Tecnici e Professionali (vero baluardo dell'istruzione sersle): infatti anche dove si arriva a tale quota di allievi per l'avvio, i successivi controlli sulle presenze quotidiane rivelano un calo drastico delle presenze nel giro dei primi mesi di scuola (anche del 50%), tanto da aver portato alla chiusura di corsi già avviati o a casi di gravi provvedimenti presi nei confronti dei dirigenti che non avevano denunciato tale situazione (vedi il caso
dell'Istituto  Pacinotti finito sulle pagine dei quotidiani). Le porgo i migliori saluti
prof.  cardin

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Abete vede e provvede



« Ultima modifica: 28 Dicembre 2009, 14:05:37 da ABETE »

alberet

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Re: Cambiare la scuola (per cambiare il paese) ma come?
« Risposta #604 il: 11 Gennaio 2010, 15:25:48 »
Gli schiavi, i tetti e …gli s*****i     
Scritto da Comitato Genitori ed Insegnanti per la Scuola Pubblica di Padova  
lunedì 11 gennaio 2010
Sarà un caso, ma la circostanza ci fa ancora più impressione e sgomento: proprio nel giorno della rivolta di Rosarno, a ridosso cioè della protesta di migliaia di cittadini extracomunitari che non sono più in grado di contenere la loro disperazione e di esprimere in modo composto e compunto la loro rabbia per essere trattati come bestie ridotte in schiavitù, la Maestra Unica dell’Istruzione ha comunicato i provvedimenti di “tetto-massimo” per gli alunni stranieri.


“Massimo 30% di stranieri per classe: è una misura contro le classi ghetto, per favorire l’integrazione e la crescita e una migliore didattica nelle classi”, ha annunciato fieramente la Ministra.Non basta : “Oltre al tetto, inoltre, è fondamentale prevedere classi di inserimento di durata limitata per poter insegnare la nostra lingua a chi è appena arrivato in Italia ad un livello sufficiente per non sentirsi in difficoltà con i coetanei”, dichiara la Gelmini. E giù sproloqui (i soliti, ormai li conosciamo a memoria) sulla necessità di “dare ordine alle procedure di integrazione e salvaguardare, nel contempo i simboli e l’identità della scuola italiana”.


Oggi, di fronte alla vicenda di Rosarno, non riusciamo ad esprimere un ragionamento compiuto e argomentato sulla nuova assurda, stupida, demagogica proposta del Ministro dell’Istruzione. Perché ci è impossibile – perdonateci – non legare i fatti di Rosarno e la contemporanea uscita della Gelmini. Oggi siamo amareggiati per quello che sta accadendo e che da anni accade in una parte (per ora ) del nostro Paese.

 

Siamo colpiti dal fatto che mentre il nostro Ministro delira di “soglie massime” per gli alunni stranieri, di classi ponte e magari (sic!) di “istruzione alla cittadinanza” per integrare gli alunni stranieri alla nostra comunità civile, da più parti venga accettato senza problemi che nel nostro paese vi siano fenomeni di schiavismo, che a questi fenomeni si risponda accusando gli schiavi di essere tali e invocando la loro cacciata (immaginiamo solo per far posto a nuovi schiavi, visto che questo è ciò che richiedono le aziende, l’economia, la malavita organizzata. Nell’indifferenza delle Istituzioni e della Politica).

 

Da domani proveremo a rimettere insieme le idee e ricominceremo a discutere. Cercheremo di dimostrare come la nuova boutade della Gelmini sia solo l’ennesima stupida e infame presa in giro: non ha senso infatti parlare in maniera generica di alunni stranieri quando quasi il 40% di essi è nato in Italia (e quindi conosce la lingua e la cultura italiana tanto quanto i figli degli italiani), non ha senso proporre le classi ponte quando ogni maestra sa bene quanto più semplice e veloce sia l’acquisizione della lingua affianco a bambini che quella lingua la parlano già, non ha senso profondere nuovo danaro per costruire classi separate e al contempo togliere le risorse economiche che sino a ieri garantivano programmi seri ed efficaci per l’integrazione e il recupero.

 

Da domani ricominceremo a parlare di tutto questo, e lo faremo – come al solito – con chi a scuola vive la multiculturalità giorno per giorno, nei problemi che impone di affrontare e nelle occasioni di crescita che offre in un processo quotidiano e molto concreto, a volte faticoso, che coinvolge i bambini, le loro famiglie, gli insegnanti e tutti gli operatori scolastici.
Ci sforzeremo di ragionare con tutti, senza astio e pacificamente: anche e soprattutto con chi – magari spinto dal clima di paura creato ad arte – nutre timori e diffidenze. Sì, anche e soprattutto con loro. Per cercare di capire i reciproci problemi e punti di vista, con l’obiettivo di costruire insieme una scuola (e una società) che non sia schiava della paura e della diffidenza.

 

Non c’è invece possibilità di confronto alcuno con la ministra Gelmini, col ministro dell’Interno Maroni, con le forze politiche e di governo che in questi anni stanno disseminando odio per racimolare voti. Per loro c’è una sola espressione e un solo giudizio, che volentieri mutuiamo da un importante esponente del centro destra : “sono soltanto degli s*****i”.
 
« Ultima modifica: 11 Gennaio 2010, 15:28:16 da alberet »

Vittor

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Re: Cambiare la scuola (per cambiare il paese) ma come?
« Risposta #605 il: 11 Gennaio 2010, 16:39:23 »
Credo che alberet dovrebbe ampliare le proprie conoscenze informandosi di più e meglio, senza scegliere i soliti siti "contro".
Cosa significa l'inserimento di questo documento scritto da evidenti, loro sì, s*****i?
E scrivo s*****i poiché quel personaggio che ha sdoganato la volgare parolaccia lo ha fatto alla presenza di ragazzi ed avendone una immediata rilevanza sulla stampa: quindi se lo usa l'incauto Presidente della Camera non si può forse usare in un forum?
Direi volgarmente sì. Ma credo lo userò questa volta e poi basta.
Tornando a bomba, preciso -per chi non ne fosse a conoscenza- che il documento pubblicato da alberet gira normalmente su vari siti senza la censura stellata imposta chissà perché da qualcuno (... chi?).
Tanto per dire a che livello è questo Comitato Genitori ed Insegnanti per la Scuola Pubblica di Padova.
Se tanto mi dà tanto, poveri noi... come siamo ridotti.

Poi direi che, caro alberet, è inutile continuare a postare qualsiasi articoletto scritto dai soliti personaggi in evidente crisi isterica scaturente da un profondo malessere partecipativo.

Mi risulta che la proposta del tetto massimo del 30% sia molto più articolata di quanto affermano i tuoi disinformati contestatori di professione.
Mi risulta che se avessero voluto chiarirsi un po' le idee avrebbero potuto consultare il testo integrale della circolare diramata... magari anche tu avresti potuto farlo.
Mi risulta che gli USR possano tranquillamente derogare dal "tetto" qualora condizioni locali lo suggeriscano.

Di più, mi risulta che un tetto del 50% sia gia in vigore da parecchi anni, proprio "per evitare comunque la costituzione di classi in cui risulti predominante la presenza di alunni stranieri".
Mi risulta che quanto affermo derivi, non da una libera e svagata interpretazione di chissachì, bensì da un DPR del 1999...

...UDITE UDITE BENE...

emanato dal governo D'Alema: ministri Berlinguer, Bindi, Turco, Bersani.

s*****I ANCHE LORO?

o s*****o chi accetta qualsiasi opinione purché sia contro questo governo?

Alle due domande io rispondo: l'ultima!
« Ultima modifica: 11 Gennaio 2010, 16:42:28 da Vittor »
"Avere avuto una buona educazione, oggi, è un grande svantaggio. Ti esclude da tante cose."  O.W.
"Si può essere un uomo saggio, e pensare alla bellezza delle proprie unghie."  A.S.P.

squalo

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Re: Cambiare la scuola (per cambiare il paese) ma come?
« Risposta #606 il: 11 Gennaio 2010, 17:33:21 »
Mi risulta che quanto affermo derivi, non da una libera e svagata interpretazione di chissachì, bensì da un DPR del 1999...

Il tetto del 50 per cento è stato superato parecchie volte poi nella pratica, mi risulta anche questo a me.

Per quanto riguarda il tetto del 30 per cento trovo che sia utile quanto un frigorifero al polo nord, opinione mia.
« Ultima modifica: 11 Gennaio 2010, 17:37:05 da squalo »

alberet

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Re: Cambiare la scuola (per cambiare il paese) ma come?
« Risposta #607 il: 11 Gennaio 2010, 22:21:13 »
DPR 394/99:
Art. 45
(Iscrizione scolastica)

1. I minori stranieri presenti sul territorio nazionale hanno diritto all'istruzione indipendentemente dalla regolarita' della posizione in ordine al loro soggiorno, nelle forme e nei modi previsti per i cittadini italiani. Essi sono soggetti all'obbligo scolastico secondo le disposizioni vigenti in materia. L'iscrizione dei minori stranieri nelle scuote italiane di ogni ordine e grado avviene nei modi e alle condizioni previsti per i minori italiani. Essa puo' essere richiesta in qualunque periodo dell'anno scolastico. I minori stranieri privi di documentazione anagrafica ovvero in possesso di documentazione irregolare o incompleta sono iscritti con riserva.

2. L'iscrizione con riserva non pregiudica il conseguimento dei titoli conclusivi dei corsi di studio delle scuole di ogni ordine e grado. In mancanza di accertamenti negativi sull'identita' dichiarata dell'alunno, il titolo viene rilasciato all'interessato con i dati identificativi acquisiti al momento dell'iscrizione. I minori stranieri soggetti all'obbligo scolastico vengono iscritti alla classe corrispondente all'eta' anagrafica, salvo che il collegio dei docenti deliberi l'iscrizione ad una classe diversa, tenendo conto:
a) dell'ordinamento degli studi del Paese di provenienza dell'alunno, che puo' determinare l'iscrizione ad una classe, immediatamente inferiore o superiore rispetto a quella corrispondente all'eta' anagrafica;
b) dell'accertamento di competenze, abilita' e livelli di preparazione dell'alunno:
c) del corso di studi eventualmente seguito dall'alunno nel Paese di provenienza:
d) del titolo di studio eventualmente posseduto dall'alunno.

3. Il collegio dei docenti formula proposte per la ripartizione degli alunni stranieri nelle classi: la ripartizione e' effettuata evitando comunque la costituzione di classi in cui risulti predominante la presenza di alunni stranieri.

4. Il collegio dei docenti definisce, in relazione al livello di competenza dei singoli alunni stranieri il necessario adattamento dei programmi di insegnamento; allo scopo possono essere adottati specifici interventi individualizzati o per gruppi di alunni per facilitare l'apprendimento della lingua italiana, utilizzando, ove possibile, le risorse professionali della scuola. Il consolidamento della conoscenza e della pratica della lingua italiana puo' essere realizzata altresi' mediante l'attivazione di corsi intensivi di lingua italiana sulla base di specifici progetti, anche nell'ambito delle attivita' aggiuntive di insegnamento per l'arricchimento dell'offerta formativa.

5. Il collegio dei docenti formula proposte in ordine ai criteri e alle modalita' per la comunicazione tra la scuola e le famiglie degli alunni stranieri. Ove necessario, anche attraverso intese con l'ente locale, l'istituzione' scolastica si avvale dell'opera di mediatori culturali qualificati.

6. Allo scopo di realizzare l'istruzione o la formazione degli adulti stranieri il Consiglio di circolo e di istituto promuovono intese con le associazioni straniere, le rappresentanze diplomatiche consolari dei Paesi di provenienza, ovvero con le organizzazioni di volontariato iscritte nel Registro di cui all'articolo 52, allo scopo di stipulare convenzioni e accordi per attivare progetti di accoglienza; iniziative di educazione interculturale; azioni a tutela della cultura e della lingua di origine e lo studio delle lingue straniere piu' diffuse a livello internazionale.

7. Per le finalita' di cui all'articolo 38, comma 7, del testo unico, le istituzioni scolastiche organizzano iniziative di educazione interculturale e provvedono all'istituzione, presso gli organismi deputati all'istruzione e alla formazione in eta' adulta, di corsi di alfabetizzazione di scuola primaria e secondaria; di corsi di lingua italiana; di percorsi di studio finalizzati al conseguimento del titolo della scuola dell'obbligo; di corsi di studio per il conseguimento del diploma di qualifica o del diploma di scuola secondaria superiore; di corsi di istruzione e formazione del personale e tutte le altre iniziative di studio previste dall'ordinamento vigente. A tal fine le istituzioni scolastiche possono stipulare convenzioni ed accordi nei casi e con le modalita' previste dalle disposizioni in vigore.

8. Il Ministro della pubblica istruzione, nell'emanazione della direttiva sulla formazione per l'aggiornamento in servizio del personale ispettivo, direttivo e docente, detta disposizioni per attivare i progetti nazionali e locali sul tema dell'educazione interculturale. Dette iniziative tengono conto delle specifiche realta' nelle quali vivono le istituzioni scolastiche e le comunita' degli stranieri, al fine di favorire la loro migliore integrazione nella comunita' locale.

Dato a Roma, addi' 31 agosto 1999


CIAMPI
D'Alema, Presidente del Consiglio dei Ministri
Piazza, Ministro per la funzione pubblica
Bellillo, Ministro per gli affari regionali
Turco, Ministro per la solidarieta'

leggendo attentamente  il Decreto del Presidente della Repubblica 31 Agosto 1999, N. 394
Regolamento recante norme di attuazione del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, a norma dell'articolo 1, comma 6, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286.

Innanzitutto non è mai menzionato il tetto del 50% citato dal sig. Vittor.
È invece garantito ai bambini  il “diritto all'istruzione indipendentemente dalla regolarita' della posizione in ordine al loro soggiorno” visto che la clandestinità non era ancora diventata reato.
“ la ripartizione e' effettuata evitando comunque la costituzione di classi in cui risulti predominante la presenza di alunni stranieri.”  Perché era ritenuto importante ai fini della vera integrazione e perché quegli s….i ritenevano essenziale l’ integrazione, salvo poi inventarsi i CPT (legge Turco Napolitano) dove i diritti dei migranti iniziano a venire sempre meno. (è lei sig. Vittor che difende a spada tratta tutti i suoi rappresentanti nelle istituzioni, non di certo io che posso permettermi di avere la mente libera di dissentire!)

<<Mi risulta che gli USR possano tranquillamente derogare dal "tetto" qualora condizioni locali lo suggeriscano.>> perché allora inventarsi qualcosa di nuovo quando esiste una normativa dedicata alla regolamentazione? …. Solo per calcare la mano, spingere il piede sull’acceleratore, perché vogliono dimostrare quanto canaglie sono! (visto che l’altra parola non va bene dirla)

Soprattutto grazie ai tagli al personale docente, di sostegno e ausiliario si ridurranno gli spazi e perciò i ragazzi che rimarranno tagliati fuori si dovranno rivolgere ad altri istituti, anche lontani da casa … non mi pare che l’integrazione si favorisca così! E che ne dice se tra questi ci sarà qualcuno che non seguirà regolarmente  le lezioni visto il disagio che gli creeranno gli spostamenti? 
Alla fin fine però, il lazzarone non è mai l’italiano.   


Vittor

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Re: Cambiare la scuola (per cambiare il paese) ma come?
« Risposta #608 il: 12 Gennaio 2010, 09:01:41 »
leggendo attentamente  il Decreto del Presidente della Repubblica 31 Agosto 1999, N. 394
...
Innanzitutto non è mai menzionato il tetto del 50% citato dal sig. Vittor.
...
Se la logica e la corretta interpretazione hanno ancora possibilità di accoglimento, anche da parte dei contestatorucoli, direi che la percentuale del 50% discende da una semplice lettura della norma da Lei, sig. alberet, con tanta evidenza riportata.
Eccola:
3. Il collegio dei docenti formula proposte per la ripartizione degli alunni stranieri nelle classi: la ripartizione e' effettuata evitando comunque la costituzione di classi in cui risulti predominante la presenza di alunni stranieri.
...
A questo punto mi sento in dovere di spiegarglielo: cosa può significare infatti questa comma se non l'evitare di superare il 50% delle presenze straniere (che predominanza ci sarebbe infatti sotto il 50%? Troppo semplice da capire?).
Spero lo comprenda bene, anche se non glielo hanno spiegato i suoi Comitatucoli o Partitucoli di riferimento.

E poi:
...
 (è lei sig. Vittor che difende a spada tratta tutti i suoi rappresentanti nelle istituzioni, non di certo io che posso permettermi di avere la mente libera di dissentire!)

<<Mi risulta che gli USR possano tranquillamente derogare dal "tetto" qualora condizioni locali lo suggeriscano.>> perché allora inventarsi qualcosa di nuovo quando esiste una normativa dedicata alla regolamentazione? …. Solo per calcare la mano, spingere il piede sull’acceleratore, perché vogliono dimostrare quanto canaglie sono! (visto che l’altra parola non va bene dirla)
...

1) Io difendo a spada tratta i miei rappresentanti nelle istituzioni? Ma hai notato che ho considerato s*****i non gli estensori della normativa  (D'Alema e C.) bensì solo ed esclusivamente chi "accetta qualsiasi opinione purché sia contro questo governo"?

2) dovresti imparare ad usare meglio i tuoi termini offensivi, nei confronti di chiunque, sarebbe una questione di educazione, ma sarebbe anche pretendere troppo, forse.
"Avere avuto una buona educazione, oggi, è un grande svantaggio. Ti esclude da tante cose."  O.W.
"Si può essere un uomo saggio, e pensare alla bellezza delle proprie unghie."  A.S.P.

ABETE

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Re: Cambiare la scuola (per cambiare il paese) ma come?
« Risposta #609 il: 12 Marzo 2010, 22:04:03 »
Da «io donna»
Come ti oriento il figlio
Un team di esperti indirizza i ragazzi alle superiori. Obiettivo, una scuola su misura

Tommaso De Luca, preside e orientatore dell’Itis Pininfarina di Moncalieri, è estenuato: da settimane sta girando per le scuole medie di Torino e dintorni cercando di spiegare che, in fondo, anche un tecnico industriale è adatto alle ragazze. Lui, per rendere dolce la vita alle sue 40 studentesse (su 960 iscritti) ce la mette tutta, con corsi di teatro e di hip hop. Ma il messaggio non passa: «Purtroppo credono ancora che dalle nostre aule si entri in un’officina rumorosa e unta, indossando una tuta blu». Siamo a due settimane dalla chiusura delle iscrizioni alle secondarie: giorni frenetici per gli studenti e per chi deve indirizzarli, gli orientatori scolastici. In realtà il primo consiglio è già arrivato: è definito “orientativo” ed è stato preparato dagli insegnanti delle medie. Peccato che i destinatari ne facciano carta straccia: secondo il Cisem (l’istituto di ricerca della provincia di Milano), solo l’8 per cento degli studenti ne tiene conto. Il compito dell’orientatore quindi è delicato: se un ragazzo sceglie bene, non abbandonerà il suo percorso. E in Italia, uno studente su cinque dopo la terza media fa sparire le sue tracce. A Milano il responsabile del servizio orientamento del Comune è, da vent’anni, Francesco Dell’Oro. Lo incontriamo all’uscita di una media, dove ha tenuto lezione in una seconda. Ha mostrato un gioco: «C’è un’autostrada con le sue “stazioni di servizio”: la prima adolescenza, i compagni di viaggio». A che servono? «Sono spazi in bianco, che spetta al ragazzo riempire. In modo da arrivare al traguardo, cioè alle superiori, con consapevolezza». Dell’Oro e i suoi quattro collaboratori vedono ogni anno 11.000 studenti e fanno 700 colloqui individuali. «Il compito principale è rassicurarli: hanno poca autostima, non si fidano di se stessi». Le domande dei ragazzi? «Non si interrogano più sul domani. Conta solo il presente». Conferma Graziano Zuffi, da vent’anni orientatore a Trento. «Una volta, gli adolescenti erano proiettati sul futuro. Oggi invece non riescono a vedere un approdo, si sentono alla deriva. Per questo, cercano di capire il senso di quello che stanno facendo: che senso ha andare a scuola? Che senso ha fare sacrifici? ». Zuffi cita i dati sulla dispersione in Trentino, il 7-8 per cento, più bassi della media nazionale. Ma le preoccupazioni restano, per esempio la mancanza di mobilità sociale. Secondo tutti gli orientatori il problema numero uno è ancora la pesante influenza delle famiglie: «La provenienza sociale è determinante» conferma Fabiano Lorandi, responsabile del servizio. «Incontriamo tanti genitori che spingono perché il figlio faccia il liceo, anche se non se la sente. E nei professionali non ci sono i figli degli imprenditori». A ventunesimo secolo avviato da un pezzo, è difficile combattere i pregiudizi delle mamme. «Pensano che se un ragazzo è bravo va al classico, un po’ meno allo scientifico, ancora meno al tecnico» racconta Dell’Oro che abbiamo raggiunto in un’altra media in via Corridoni, in centro (dove i genitori chiedono lumi solo sui licei). A farne le spese sono i tecnici, in calo di iscritti. «È anche colpa delle medie, perché i consigli orientativi sono preparati dalle docenti di lettere, che non ci conoscono» si lamenta Rodolfo Rossi, preside dell’Itis Giorgi di Milano. Togliendo buone opportunità ai ragazzi. «Pochi sanno che il 34 per cento dei diplomati ai tecnici si iscrive al Politecnico di Torino» avvisa De Luca. Così, l’Unione industriali locale ha deciso di aprire le fabbriche ai ragazzini di terza media: il progetto sta per partire.
Le stesse preoccupazioni arrivano dall’Unione industriali di Roma, che (con la collaborazione della provincia) ha affidato l’orientamento a una donna, Laura Italiano, autrice dell’opuscolo Cosa farò da grande. «Sto portando nelle scuole sia gli imprenditori, sia gli ex studenti. Non c’è confronto: con i loro “pari” i ragazzi si sciolgono, e le domande fioccano. In generale sono preparati, più di quanto si pensi». E se dopo tanti incontri si finisce per sbagliare? Ci pensa il ri-orientatore. A Brescia Flavio Albrici, coordinatore del progetto Fuori classe, ri-indirizza ogni anno 250 adolescenti: «Il tasso di abbandoni al biennio da noi arriva al 30 per cento. Il caso tipico: chi si è iscritto al liceo su pressione dei genitori e ha fallito. Bisogna trovargli una nuova motivazione. E un’altra scuola».
Cristina Lacava
12 marzo 2010 corriere.it
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E dopo dicono che le superiori in Italia non sono selettive mah....
« Ultima modifica: 12 Marzo 2010, 22:05:36 da ABETE »

ABETE

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Re: Cambiare la scuola (per cambiare il paese) ma come?
« Risposta #610 il: 12 Marzo 2010, 22:15:17 »
Caro Michele M una volta sono andato ad un orientameno di una scuola superiore ma non di san donà ( per farmi un idea ) e c'erano degli insegnanti ed un preside.. .
Questo insegnante ha cosi' sintetizzato ..  : '' qui lo dico e qui lo nego . Chi in genere sceglie il professionale come scuola  ,  in genere non ha gran voglia di studiare . Dopo tre anni si ottiene una qualifica e se vuole può smettere oppure continuare il suo ciclo di studi . Chi invece sceglie l'istituto tecnico , non sceglie un liceo ma comunque una via di mezzo o meglio c'e gente che vuole ''mettersi in gioco '' ed impegnarsi . Le ore di italiano sono sempre cinque non come un liceo ma quasi.. .''  
Parole sacrosante di un docente competente , che io personalmente condivido.. .
« Ultima modifica: 12 Marzo 2010, 22:18:26 da ABETE »

micheleM

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Re: Cambiare la scuola (per cambiare il paese) ma come?
« Risposta #611 il: 13 Marzo 2010, 07:51:12 »
E' una descrizione della realtà nel complesso fedele.
Con le dovute eccezioni.

Che bel suono hanno la cattiva musica e le cattive ragioni quando si marcia addosso a un nemico! (F.Nietzsche)

ABETE

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Re: Cambiare la scuola (per cambiare il paese) ma come?
« Risposta #612 il: 17 Giugno 2010, 18:03:20 »
Il ragazzo aveva denunciato il genitore separato per violazione degli obblighi di legge
Figlio bocciato due volte: «Basta soldi»
E il magistrato dà ragione al padre
Alt all’assegno mensile a un diciannovenne. Il pm di Busto Arsizio: «Questo lo aiuterà a maturare»
GALLARATE (Varese)—Alla seconda bocciatura il padre ha preso una decisione drastica: «Basta, non ti darò più un soldo». Stop dunque ai 1.000 euro al mese che uno studente diciannovenne in un istituto tecnico di Gallarate incassava mensilmente dal genitore. Quei soldi gli erano dovuti per legge poiché padre e madre di Roberto, questo il nome del ragazzo, sono separati dal 2006 e la somma rappresenta l’assegno di mantenimento. Il padre si è preso una denuncia penale, ma, a sorpresa, la magistratura di Busto Arsizio - competente per territorio - ha cestinato l’esposto perché nel gesto di quel papà spazientito non ha visto «l’intenzione di violare degli obblighi, ma al contrario quella di aiutare il figlio a maturare».
Il tormentone sui «bamboccioni» e su una generazione afflitta dalla sindrome di Peter Pan si arricchisce di un nuovo capitolo: mentre in passato i giudici avevano sancito il dovere dei genitori di mantenere i figli anche «over 30» quando i pargoli non hanno ancora l’autosufficienza economica (un anno fa a Bergamo il caso più recente), stavolta la magistratura si è ispirata a un criterio differente: vedersi chiudere il rubinetto dei quattrini può essere uno stimolo a crescere. La vicenda di Roberto, sul cui sfondo c’è quella di un divorzio piuttosto conflittuale tra due ex coniugi è raccontata nelle carte che negli ultimi mesi sono finite in tribunale a Busto Arsizio; l'ultima di queste è un decreto con cui il gip Nicoletta Guerrero ha definitivamente archiviato il procedimento contro il padre del ragazzo accusato di inadempienza a un provvedimento dell’autorità giudiziaria (la sentenza di divorzio che imponeva appunto il versamento mensile dei 1.000 euro).
Lo «strappo» risale all’estate del 2009 quando, visto il non brillante rendimento scolastico del ragazzo, il padre, imprenditore, gli scrive una lettera in cui gli consiglia di trovarsi un lavoro «finalizzato a un futuro dignitoso per chi, alla tua età, deve essere considerato un uomo». Di più, il padre non si dice più disposto a versare quell’assegno «al buio», come se fosse una sorta di «pensione anticipata». Intenzione mantenuta, tanto che è Roberto a denunciare il padre. «I toni utilizzati - scrive nell’esposto l’avvocato Tatiana Ruperto, che assiste il giovane - apparentemente finalizzati a scopi educativi violano il diritto dovere dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli dettato dalla Costituzione ». La denuncia finisce sul tavolo del pubblico ministero Luca Gaglio, il quale però non intravede reati nello stop all’assegno di mantenimento.
Il padre, scrive il pm, «pare mosso dall’intenzione di stimolare la crescita del figlio, bocciato per due volte di seguito, prospetta al ragazzo una serie di opzioni di crescita e nel dichiarare di non corrispondere più la somma ne enuncia i motivi e manifesta la propria disponibilità ad aiutare il figlio in diversi modi». Quindi «non può affermarsi che sia mosso dall’intenzione di violare degli obblighi, ma al contrario da quelli di aiutare il figlio a maturare». Tocca al gip, successivamente, ribadire questo orientamento archiviando definitivamente il caso. Questione finita? Solo sul piano penale, perché sotto quello civile il braccio di ferro familiare continua: la sentenza di divorzio è infatti un «titolo esecutivo» ai cui obblighi nessuna delle parti può sottrarsi unilateralmente. «Vorrà dire che manderò mio figlio a casa del giudice per colazione, pranzo e cena - fa sapere la madre di Roberto, in evidente disaccordo con il verdetto - e altrettanto farò per ogni spesa di mantenimento di mio figlio».

Claudio Del Frate
17 giugno 2010
corriere.it
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Esistono ancora i genitori di una volta...
« Ultima modifica: 17 Giugno 2010, 18:05:09 da ABETE »

ABETE

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Re:Cambiare la scuola (per cambiare il paese) ma come?
« Risposta #613 il: 11 Settembre 2011, 21:25:16 »
http://doppiozero.com/materiali/editoriale/c%E2%80%99era-una-volta-la-scuola-serale

C’era una volta la scuola serale
Andrea Giardina


Da dieci anni il mio lavoro ufficiale inizia alle 17.30 e termina alle 22.25. Durante la giornata perlopiù leggo e scrivo, di sera e di notte insegno italiano. Ho due bambini piccoli che sempre più perplessi mi chiedono perché io esca di casa quando molti papà vi fanno rientro. Cerco di dargli delle spiegazioni ma sono sicuro che non capiscano, le loro smorfie tra il divertito e l’annoiato sono lì a dimostrarmelo. Al serale sono approdato per scelta. Quando arrivò il momento dell’immissione in ruolo, dopo molti anni di “apprendistato” trascorsi in mezzo a studenti inselvatichiti, mi dissi che probabilmente quella era la soluzione meno opprimente per uno come me, che chiedeva al proprio lavoro di insegnante soprattutto la possibilità di dedicarsi anche ad altro senza eccessive azioni di disturbo. Non avevo nessuna “vocazione” al recupero di chi voleva rientrare nella scuola per ottenere il titolo di studio. Neanche l’ombra di una seppur fievole volontà missionaria. Volevo solo stare tranquillo, facendo il mio dovere. Così iniziò l’avventura in una delle più grandi scuole (per numero di iscritti) della Lombardia e probabilmente d’Italia, l’Istituto tecnico statale per ragionieri e geometri “Romagnosi” di Erba, la cittadina in provincia di Como divenuta poi una delle “capitali del crimine” nel primo decennio del nuovo secolo. Sorprendentemente la situazione mi sembrò da subito ideale. Nonostante l’evidente rovesciamento degli abituali ritmi di vita e la rinuncia alla gran parte delle occasioni che ti offre anche la sonnacchiosa provincia nelle ore serali, devo ammettere che tutto da subito filò come avevo previsto. Trovai studenti silenziosi e, come si dice tra insegnanti, “motivati” e soprattutto scoprii un ambiente sereno, che cominciò a piacermi perché per la prima volta mi faceva intravedere un nuovo modo di stare a scuola. Devo dire che il primo a sbalordirmi fui io stesso. Per me la scuola – da studente e da insegnante al debutto – era stata davvero una “fabbrica di nozioni” che, volente o nolente, dovevo assimilare o imporre. Per mia sfortuna, non avevo mai incontrato un ambiente dove si potesse pensare a qualcosa di diverso. Mi dominava una logica decisamente speculativa, molto economicistica, che mi spingeva a pensare come, in definitiva, a contare fosse soprattutto la valutazione, trasformatasi col tempo da trofeo da esibire (all’epoca dei miei studi) in uno strumento vagamente persecutorio (nei miei anni da docente). Anche se personalmente avevo sempre intrattenuto cauti rapporti amichevoli con gli studenti, anche se avevo fatto della lealtà uno dei miei valori, non riuscivo a concepire la mia attività se non come un travaso di informazioni e “visioni” del mondo da imporre ai più refrattari suscitando vaghi timori di bocciatura . Sotto traccia ero però decisamente infastidito da questo “modus operandi”. Da studente avevo ostentato indifferenza verso la “scuoletta” che ti impasta quattro nozioni e via andare. Da lettore ammiravo tutti quegli scrittori che facevano a pezzi la scuola dall’interno, da Mastronardi a Manganelli, a cui avevo sottratto una frase che mi sembrava esprimere in pieno l’essenza della vita tra i banchi, ovvero che a scuola si insegnano senza gioia materie gioiose. Ammetto che solo al serale, al “Sirio”, come lo avevano battezzato i burocrati del ministero (ma sapevano che Sirio è la costellazione del cane? ), iniziai a capire che forse esisteva un modo alternativo di stare in classe. Che si poteva insegnare imparando, che i programmi non devono essere la tua ossessione, che bisogna leggere e rileggere i libri insieme agli studenti, che devi dire loro che quella frase non la capisci nemmeno tu. Ma soprattutto al serale ho cominciato ad intuire quanto sia importante interessarsi davvero alle persone che ti trovi di fronte, trattandole come tali. Individui con delle storie, uniche anche nella loro banalità. Niente di speciale, è ovvio. Ma forse la situazione, il contesto, il numero stesso di allievi più ridotto rispetto a quello dei corsi diurni, mi hanno messo nella condizione di poter cambiare. Ho cominciato così a considerare un ragazzo insufficiente come una persona che ha fallito una prova e non come un soggetto lombrosianamente diverso. Ho cominciato a capire che lo studio non può essere un’attività meccanica da imporre asetticamente; ma soprattutto mi è apparso evidente che se non ero io a creare un interesse nessuno studio sarebbe mai arrivato da nessuna parte. Gli studenti annoiati erano la dimostrazione della mia incapacità di arrivare fino a loro. Così mi sono buttato e ho azzardato delle mosse che nelle schematicissime lezioni delle mie origini non avrei mai proposto. Ero molto titubante, lo ammetto, a proporre a signore di mezze età e a ragazzi con tre bocciature alle spalle, a padri di famiglia stanchissimi e a ragazze uscite dalla fabbrica, la lettura integrale di Il Porto Sepolto o di Diario d’Algeria, di Bartleby lo scrivano o di Se questo è un uomo. Eppure l’ho fatto e, anche se può risultare incredibile, quei volti che non reagivano quando tentavo senza convinzione di accumulare concetti di pseudo narratologia, improvvisamente rivelavano attenzione, fosse solo per il fatto che non capivano. Ho intuito che forse il confronto con ciò che non si capisce è la molla più affascinante per rimboccarsi le maniche e partire. Io e gli studenti. Noi e il libro. A farlo parlare, a tirargli fuori i sensi possibili ed impossibili. A scoprire di poter azzardare un’opinione, di poter lasciar crescere una sensazione che diventa via via più limpida. “Ho avuto anch’io quest’idea”, mi disse un ragazzo “rottamato” dal diurno come un caso senza speranza, “però non ero mai riuscito ad esprimerla”. Stavamo leggendo La casa in collina, quando il protagonista descrive la sua impossibilità di essere uomo con gli altri uomini, la sua irredimibile alterità. L’osservazione mi colpì e mi convinse ad andare avanti. Ora, lo ripeto, non c’è stato nulla di eccezionale in tutto questo. La necessità di cambiare strada rispetto a quella che avevo seguito fino ad allora è nata dalla banalissima esigenza di dover seguire un’impostazione programmaticamente diversa. Il “fare meno” del serale però è riuscito a trasformarsi in un “fare meglio”. Così, nonostante insuccessi, pentimenti e dietro-front dolorosi, nel bene e nel male qualcosa è successo. Studenti che non avevano mai avuto nessuna voglia di fare il loro “mestiere” si sono riscoperti e hanno trovato il gusto di mettersi sui libri. Studenti demoliti da insegnanti aguzzini che stabilivano gerarchie inviolabili in settembre e decidevano di modificare la vita di una persona perché la sua media finale era di 5,65 hanno scoperto che esistono anche prospettive diverse, rapporti fondati sulla franchezza e sull’assunzione reciproca di responsabilità. Uomini e donne adulti che non avevano trovato nella giovinezza la situazione giusta per poter studiare lo hanno fatto e hanno avuto anche il coraggio (e l’entusiasmo) di iscriversi poi all’Università. Ma tutto questo non sarebbe mai avvenuto se non si fosse creata una condizione assolutamente fondamentale, che proprio perché è la più importante nomino soltanto adesso. Se io ho imparato qualcosa da questa esperienza è perché il “Sirio” di Erba ha – assolutamente per caso – radunato una serie di insegnanti che si sono scoperti, nella loro inevitabile diversità di vedute, profondamente affini nel modo di vivere la scuola. Con stupore (abituato com’ero al solipsismo dell’insegnante che fugge da scuola dopo l’ultima ora di lezione) ho sperimentato quanto importante sia il gruppo, lo scambio continuo di idee, il dialogo, la serenità, l’ironia. Sì, l’ironia che ti porta a sdrammatizzare, che ti porta a vivere un consiglio di classe non come il luogo del pettegolezzo deteriore e del calcolo dei voti, ma come il momento in cui, con il giusto sovrapporsi di attenzione e understatement, riesci veramente a capire cosa stai facendo. Al “Sirio” si viveva bene, senza nevrosi, senza assilli illogici. Chi l’ha detto che l’efficienza si misura in quantità di interrogazioni? In balzi oltre la porta dell’aula sullo squillo della campana? In serioso mutismo tra colleghi che fuori dall’istituto non si salutano neppure? In dichiarazioni politicamente corrette pronunciate in “scolastichese” stretto? In magniloquenti e vacui sfoggi di “riunioni di dipartimento”, “obiettivi trasversali”, “corsi idei”? Si può stare a scuola da esseri umani e con “leggerezza”, educando e “fornendo un servizio” alla comunità (non voglio usare l’odiosissima parola “territorio”): ecco la minima lezione del serale. Una lezione che ora potrebbe essere al termine, però. Forze minacciose e convergenti, esigenze di bilancio e scelte politiche, volontà umorali e raziocinanti si vanno accumulando sulla più flebile delle realtà scolastiche. La vita dei corsi Sirio - nell’ambito della riforma - volge al termine, il futuro si popola di sigle (CPIA, Centri provinciali per l’istruzione degli adulti) dalla configurazione per ora evanescente . Se la scuola pubblica interessa a pochi, il serale suscita ancora meno attenzione. Una scuola per studenti ripetenti, stranieri dalla fisionomia levantina e sporadici adulti che vogliono riciclarsi non possiede nessun appeal. Ai disinformati sembra un disordinato porto di mare, un luogo dove “non si fa niente”, un posto sicuro per insegnanti indolenti, che, in aggiunta, rappresenta una spesa senza giustificazioni, e che, come qualunque ramo secco, va reciso. Quelle aule semivuote non sono un insulto al contribuente? Così, qui come altrove (o forse qui più che altrove), non si fa nulla per proseguire e in un ispido silenzio si affida il corso ad una buona morte, ad una melanconica e quieta estinzione.Sapevamo, noi del “Sirio” di Erba , di non poter proseguire in eterno nella nostra vita notturna. Sapevamo che la fortunata contingenza – a parer di qualcuno intollerabile – di poter lavorare sorridendo aveva una data di scadenza. È quella che si definisce la logica delle cose. Ma ci ha colto di sorpresa la rapidità dello smottamento, la sua apparentemente naturale inevitabilità. Pur tra sussulti e reazioni, avvertiamo la sensazione che il cerchio si stia chiudendo, anche perché nessun segnale controtendenza giunge da chi potrebbe ancora mettere una pezza alla falla. “Non c’è niente da fare, è finita”, ci si ripete nei momenti di scoramento, come di fronte agli estremi palpiti di un’esausta biologia senza eredità. Un’ultima riflessione mi pare però necessaria. Se ci sono cento studenti che ora frequentano la mia scuola è solo perché non sanno dove passare la sera? Quando finalmente le luci delle aule saranno spente potranno tornare ai loro divani, alla loro televisione e al loro bar? Siamo stati - io e miei compagni di avventura - soltanto un insopportabile problema nelle piovose lande della Pampa-Brianza?
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