Al solito, dal sito di Peacereporter:
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Israele - Palestina - 02.9.2008
Sfruttati, sgraditi, cancellati
Israele elebora un piano per tassare il lavoro dei palestinesi e accrescere l'occupazione interna
Nell'insediamento di Male' Adumim, a est di Gerusalemme, in Cisgiordania, vivono solo coloni israeliani, protetti da una recinzione che divide l'agglomerato di case tutte uguali dai villaggi arabi circostanti. I palestinesi possono entrare nella colonia, ma solo per lavorare e solo quelli con un permesso di lavoro rilasciato da israele. Arrivano la mattina presto e se ne vanno la sera, dopo aver lavorato tutto il giorno alla costruzione di un insediamento che ruba terra al proprio popolo, e pergiunta per poche decine di euro. É il canovaccio della vita dei palestinesi che lavorano in Israele, sia nelle colonie che a Gerusalemme.
Per i palestinesi lavorare è una questione di permessi, che possono essere revocati in qualunque momento. Questo costringe i lavoratori arabi ad accettare stipendi da fame rispetto ai colleghi israeliani, ma come accade in tutto il mondo, per sfamare la famiglia si prende quello che c'è. Lo scorso 25 agosto, però, il ministero delle Finanze israeliano ha lanciato un progetto che potrebbe far scomparire la presenza palestinese dai cantieri israeliani. “L'idea è quella di aumentare il numero degli israeliani tra la forza lavoro” ha dichiarato un ufficiale del ministero, “puntiamo a creare una situazione tale per cui non sia conveniente dare lavoro ai palestinesi invece che agli israeliani” ha concluso, ammettendo implicitamente che, al momento, quello che avvantaggia la manodopera palestinese è proprio il fatto di essere sfruttabile. Il governo israeliano ha votato il budget per sostenere il progetto, che dovrà essere votato anche dalla Knesset, il parlamento israeliano. Il via ufficiale al piano dovrebbe essere comunicato il prossimo 31 agosto.
Stando alle anticipazioni del ministero, il governo imporrà una tassa annuale di circa mille euro, per ogni lavoratore palestinese assunto nel settore edile. Secondo il ministero, questo basterà a diminuire il tasso di disoccupazione israeliano e porterà vantaggi economici anche agli imprenditori, che non dovranno più fare i conti con le chiusure dei territori durante le offensive, che impediscono l'arrivo della manodopera. Il sito internet Irin news delle Nazioni Unite, citando l'emittente israeliana Channel 10, rivela che poco tempo fa lo stesso ministero diede 10 milioni di dollari all'Associazione dei Contractors e dei Costruttori, per incentivarla ad assumere lavoratori israeliani, a condizione che garantisse loro alcuni diritti sindacal negati ai palestinesi, come ferie, malattie pagate e stipendi maggiori. Secondo Hannah Zohar dell'Ong israeliana workers Hotline, “Questo è solo l'inizio. Penso che questi provvedimenti potranno presto estendersi anche ad altri settori”. La Zohar si dice preoccupata del fatto che questa nuova disposizione potrebbe incrementare lo sfruttamento dei palestinesi, dai quali i datori di lavoro potrebbero pretendere un rimborso della tassazione extra, ancora una volta sfruttando il loro potere contrattuale, praticamente nullo.
Questo progetto del governo israeliano sembra segnare un'inversione di rotta rispetto alle decisioni prese recentemente dai sidacati israeliani e palestinese. All inizio di agosto, infatti, il sindacato nazionale israeliano Histadrut e la Federazione Generale dei Sindacati Palestinesi, Pgftu, avevano fimato un accordo storico per la protezione dei lavoratori palestinesi dallo sfruttamento dei datori di lavoro israeliani. Nel documento firmato dalle due confederazioni si stabiliva di basare i contratti futuri sul negoziato e il dialogo, “per promuovere la coesistenza pacifica tra i due popoli”. In futuro, si prometteva, metà delle rimesse palestinesi saranno devolute al Pgftu, un finanziamento utile per promuovere le rappresentanze sindacali anche tra i palesinesi. “D'ora in poi - commentava soddisfatto Shaher Sae'd, il segretario del sindacato palestinese – saremo in grado di fare qualcosa di più per migliorare la situazione aggiacciante dell'economia palestinese”. “E' un accordo estremamente importante – commentava anche Guy Ryder dell'Israeli and Palestinian Trade Union – specialmente in un momento in cui le autorità in Israele e Palestina, e anche la comunità internazionale, non riescono a trovare soluzioni giuste e durature alla crisi politica”. A giudicare dai piani del governo israeliano, però, la prima necessità attuale non sono la giustizia e l'equità del lavoro, ma la lotta alla disoccuazione israeliana. Ancora una volta, ai passi avanti che la società compie dal basso, la politica risponde con due passi indietro imposti dall'alto.
Naoki Tomasini