
Io trovo che questi tuoi giudizi (anche se nel secondo sembri accorgerti che qualcosa non funziona) siano di una sconsolante superficialità e presunzione.
Penso che dovresti studiare un po' più di storia, leggere qualche buon libro di narrativa (il citato Sergente nella neve potrebbe essere un inizio) o di ricordi personali (Nuto Revelli, Mai tardi o Gian Carlo Fusco, Guerra d'Albania) o anche soltanto (ma è chiaro che oggi diventa ogni anno più difficile) parlare con qualcuno dei centomila e più che hanno combattuto senza essere né fascisti, né mone, né esservi costretti col fucile puntato, ma tragicamente come ha combattuto per millenni l'infinita massa dei soldati semplici, trascinati dalla forza delle cose.
Colpevolizzare anche loro con disprezzo per quelle guerre, mi sembra l'ultima cosa da fare.
Personalmente, quoto tutto.
E aggiungo: l'esperienza vissuta sulla propria pelle da questa infinita massa di persone è qualcosa che si sottrae di principio ad ogni possibile narrativa, sia essa quella degli eroi, delle vittime, dei vincitori o dei vinti; sia essa "di destra" o "di sinistra".
Una guerra è un trauma per gli individui e per le società; un trauma che provoca ferite, spesso profonde. Una narrativa (cioè una tipologia di discorso che mira a razionalizzare, o giustificare, un certo ordine di eventi) è né più né meno che un tentativo di affrontare queste ferite.
Si può coprire una ferita e basta, senza medicarla. La ferita si infetterà e il male peggiorerà... è quello che succede quando si rimuove qualcosa dalla memoria collettiva, dimenticandolo come se non fosse mai accaduto.
Si può favorire il processo di rimarginazione, con la coscienza che sarà lungo e doloroso, e che una cicatrice rimarrà per sempre a ricordo di quella vecchia ferita. Molti tentativi di razionalizzazione, molti tentativi di spiegare perché e per come, mirano proprio a questo. La conoscenza è una medicina - forse l'unica efficace - ma una medicina molto dolorosa.
Si può infine esibire la ferita. Esaltare la sua profondità, compiacersi del sangue... di solito, funzionano proprio così le narrative che esaltano eroismo e martirio. La ferita non va né nascosta, né curata: va semplicemente mostrata come un trofeo, come un segno di estrema fedeltà a qualche valore supremo, sia esso la Patria, la Fede o la Verità.
E il dramma degli individui dove va a finire in tutto questo? Il dramma - per intenderci - di chi ha vissuto sulla propria pelle la campagna di Russia, la prigionia nei Balcani, o il fuoco di El Alamein, e ancora oggi, anche solo a sentir nominare la parola "guerra" scoppia in lacrime.