Le aziende pubbliche, le municipalizzate, le società patrimoniali degli enti comunali e tutti gli organismi che, direttamente o indirettamente controllati dalle Amministrazioni statali o periferiche, gestiscono servizi di pubblica utilità, sono nati come bracci operativi della pubblica amministrazione: senza le pastoie burocratiche che rallentano ed impacciano le scelte ed i movimenti dell’ente pubblico, essi avrebbero dovuto svolgere tali servizi in un’ottica di efficienza ed economicità, cimentandosi con le regole del libero mercato, al fine di garantire servizi migliori a costi competitivi.
Sappiamo, in realtà, come sono andate le cose: le aziende pubbliche sono, spesso e volentieri, lo specchio delle amministrazioni che le controllano e addirittura, dovendo soddisfare gli “appetiti” di più d’una amministrazione ( pensiamo agli enti sovracomunali), sono ancora più soggette alle deleterie intromissioni della politica, ai favoritismi ed al clientelarismo.
Questo, ovviamente, non è sempre vero: ci sono certamente degli esempi di ottimo funzionamento di municipalizzate e aziende pubbliche che hanno dimostrato di poter rispettare, senza grandi difficoltà, quei principi di efficienza ed economicità per cui sono nate.
Quello che manca quasi sempre è, comunque, la TRASPARENZA nella gestione.
In sostanza, le pubbliche amministrazione socie dell’azienda non sono quasi mai in grado di controllarne l’operato, proprio perché non ne conoscono le motivazioni e le scelte strategiche, e non sono per nulla coinvolte nei processi decisionali che ne stanno a monte.
Negli enti sovracomunali la questione è ancora più tristemente evidente: i vari Comuni, soci e teoricamente controllori, in realtà non controllano un bel niente.
I Sindaci, titolari spesso solo di un pugno di azioni, vengono convocati di regola un paio di volte l’anno, per l’approvazione di bilanci voluminosi ed incomprensibili, tra le cui pieghe si può agevolmente nascondere di tutto; le uniche cose di cui si discute sono le nomine dei componenti del Consiglio di Amministrazione e del Collegio Sindacale (questo a me, questo a te, quest’altro a lui…); raramente si tengono assemblea di un qualche peso e, in genere, per illustrare ai soci scelte strategiche che, in realtà, sono già state approvate in altra sede.
Di tutto questo abbiamo, purtroppo, un eclatante esempio in casa nostra.
Un’azienda che produce utili, erogando un servizio efficiente e dai costi contenuti, con centinaia di lavoratori soddisfatti, disponibili anche a sopportare sacrifici (contenimento degli stipendi, ore straordinarie, contrattazione di secondo livello ridotta all’osso…) per il bene dell’azienda.
Parlo dell’Azienda Trasporti Veneto Orientale. La nostra ATVO.
Un’azienda di cui possiamo essere orgogliosi, ma alla quale io rimprovero una gestione poco trasparente, assolutamente priva del coinvolgimento dei soci e chiusa in se stessa.
Certo, potrebbe andarci peggio, molto peggio: potremmo, ad esempio, avere una gestione poco trasparente, con bilanci in perdita, utenti insoddisfatti e lavoratori sul piede di guerra (chi, a questo punto, pensa alla socia-concorrente ACTV, fa peccato…), ma il semplice fatto che non va poi così male, non significa certo che dobbiamo accontentarci…
Come diceva un mio compagno di scuola: meglio sposare una donna bella, giovane e ricca, piuttosto che una brutta, vecchia e povera…
Ed è proprio perché l’azienda funziona e ne siamo orgogliosi, che vogliamo anche capire i motivi delle scelte che fa!
Proprio in questi giorni siamo a venuti a conoscenza di una vicenda di cui il Consiglio di Amministrazione non ci aveva mai parlato: la querelle ATVO-Brusutti.
L’azienda di trasporti Brusutti di Mestre era una sorta di FAP (per chi ha memoria del nostro recente passato) ed i Brusutti sono un po’ come la sandonatese famiglia Ferrari: un’azienda privata, che gestiva il servizio pubblico di linea, poi conglobata in una SPA, di cui gli enti pubblici hanno assunto progressivamente il controllo.
Fin qui tutto bene: il servizio di trasporto di linea è sicuramente un servizio di grande interesse pubblico, per cui è giusto che siano le Pubbliche Amministrazioni ad occuparsene.
Nel 2003 ATVO acquisisce il controllo di Brusutti S.r.l., del cui capitale già partecipava sin dal 1999, arrivando a detenerne il 66,5% delle azioni.
L’azienda, saldamente controllata da ATVO, opera con efficienza ed i bilanci vengono risanati.
Ma si tratta, pur sempre, di un’azienda di trasporti che opera tra Mestre e Venezia, il cui ruolo strategico in seno ad ATVO non è molto chiaro (o, per lo meno, non ci è stato spiegato).
Veniamo ai fatti recenti.
Nel settembre 2008 si dimette dal CdA di ATVO Renato Meneghel, divenuto assessore a Jesolo e, quindi, incompatibile. Il CdA continua ad operare con soli quattro membri: il Presidente Gastone Rabachin ed i tre consiglieri Francesco Carrer, Oliviero Pillon e Paolo Rodighiero.
Il quinto posto resta, ad oggi, vacante, anche se l’assemblea ATVO era stata convocata appositamente, con all’ordine del giorno la nomina predetta. A non volere la nomina (chiedendo il rinvio del punto all’OdG) è stata la Provincia di Venezia, socia di maggioranza di ATVO (40%, cui si aggiunge il 12% ceduto “in casa” ad ACTV nel novembre scorso, con un’operazione che abbiamo fortemente censurato) e Presidente di diritto dell’Assemblea dei soci.
Lo dico con cognizione di causa, perché ero presente.
Il CdA ha, quindi, continuato ad operare senza un rappresentante della minoranza al proprio interno.
Alcuni mesi fa la famiglia Brusutti chiede ad ATVO di poter riacquistare il 17,5% delle quote cedute nel 2003, come espressamente convenuto in sede di stipula contrattuale (c.d. “patto di retrovendita”), mettendo a disposizione quasi un milione di euro.
Il Consiglio di Amministrazione di ATVO rifiuta di aderire alla richiesta.
I Brusutti chiedono i sequestro delle quote, impugnano verbali del CdA, diffidano un po’ tutti e si scatena così un’accesa battaglia legale, il cui costo possiamo solo immaginare…
Il Tribunale di Venezia, alla fine, respinge la richiesta di sequestro ma chiarisce ad ATVO che la retrocessione delle azioni deve comunque avvenire in tempi brevi, perché è un diritto dei Brusutti.
Ora, io non so chi abbia ragione e chi torto; se sia giusto o meno rivendere queste azioni; se il milione di euro offerto (e che pare essere ancora depositato dal notaio…) sia equo oppure no; se il CdA stia legittimamente difendendo gli interessi dell’azienda e, quindi, dei soci.
Non so neppure se questa sia una battaglia da proseguire, perché il controllo della Brusutti è, magari, strategicamente rilevante per ATVO (e potrebbe benissimo esserlo: la società è proprietaria dell’enorme parcheggio antistante l’aeroporto di Tessera, le cui prospettive di sviluppo sono eccezionali) oppure se, con quei soldi, non sarebbe forse meglio comprarci una decina di autobus nuovi, migliorare il trattamento salariale e gli incentivi ai lavoratori o ridurre il costo dei biglietti del trasporto scolastico…
Non so se l’interesse per Brusutti sia collegabile al ruolo di ACTV, che di questa società è concorrente diretta, operando in parte sulle stesse tratte di competenza.
Io oggi non so nulla.
E, come me, non sanno nulla i pubblici amministratori di San Donà, di Jesolo, di Eraclea, di Caorle e di tutti i ventuno Comuni del Veneto Orientale soci di ATVO.
Non sappiamo nulla perché il Consiglio di Amministrazione (in cui manca, tra l’altro, il nostro rappresentante) non ha ritenuto opportuno informarci.
Di tutto questo, non ci è mai stato detto alcunché!
Se una scelta di questo tipo potrebbe essere comprensibile in una società di capitali integralmente di diritto privato, permettete che io abbia dei grossi dubbi quando si tratta di una società pubblica, che persegue interessi pubblici, che spende soldi pubblici.
A suggerirci che una SPA pubblica non può essere governata come una normale società commerciale è il buon senso (il suo scopo, infatti, non è la mera “produzione di utili”, ma il soddisfacimento di un interesse pubblico), ma anche la normativa statale e comunitaria: pensiamo al concetto di “controllo analogo”, in forza del quale l’ente pubblico deve realizzare nei confronti della società partecipata un potere identico a quello esercitato sui propri servizi diretti, nel rispetto di quanto stabilito dall’art. 113 del Dlgs n. 267/00; al nuovo obbligo per ogni P.A. di comunicare annualmente l'elenco delle società pubbliche cui partecipa, la misura della partecipazione, il numero dei rappresentanti e tutti gli oneri finanziari relativi (art. 1, c. 587, Legge n. 296/06); al “rivoluzionario” metodo di affidamento di tutti i servizi pubblici locali previsto dell'articolo 23 bis, del Dl 112/2008, convertito in legge 133/2008; ecc.
In una società pubblica, in sostanza, il Cda è privo della facoltà di “adottare tutti gli atti ritenuti necessari per il conseguimento dell'oggetto sociale”, come sarebbe in una “normale” SPA, proprio in quanto è l’Ente Pubblico socio a dover esperire un controllo pregnante e significativo.
Che controllo abbiamo esplicato in ATVO per la gestione della vicenda che ho esposto?
Nessuno.
Quindi, in tutto questo c’è qualcosa che non funziona…