Autore Topic: La bistecca che distrugge il pianeta  (Letto 821 volte)

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Royal Moore

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La bistecca che distrugge il pianeta
« il: 21 Ottobre 2009, 10:00:08 »
« Son uscito per una passeggiata, son rimasto fuori tutta la vita. » John Muir

angelo

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Re: La bistecca che distrugge il pianeta
« Risposta #1 il: 21 Ottobre 2009, 13:08:00 »
Questo conferma che l'Emilia Romagna concorre con le sue vaccopoli e suinopoli Parma,Reggio e Modena alla distruzione del pianeta.



Ma allora è vero che i comunisti non pensano al bene dell'Italia!

OT  A proposito di vaccopoli il nostro amato premier per curarsi il  "solito"torcicollo in santa pace e senza l'assillo del Zapeddu, ha chiesto asilo a Putin.
Fonti ben informate mi dicono che in settimana  è partito da Ciampino  un aereo presidenziale con un mobile rotondo di 6 metri di diametro.
Segreto di Stato?

Royal Moore

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Re: La bistecca che distrugge il pianeta
« Risposta #2 il: 22 Ottobre 2009, 09:26:05 »
Ma, sto Berlusconi bisogna farlo entrare a forza dappertutto, vero ?
Ho paura che se scomparisse improvvisamente dalla scena avreste gravi problemi motivazionali con crisi depressive devastanti.


Il problema dell'inquinamento degli allevamenti mi sembra molto più serio, invece, e mi vien da chiedermi se diventando tutti improvvisamente vegetariani ovvieremmo al problema.
Non credo infatti che sia questione di che cosa ma di quanto, qualsiasi tipo di alimento prodotto su scala intensiva mondiale produrebbe probabilmente gravi problemi di sostegno ambientale.
E allora che si fa ?
« Ultima modifica: 22 Ottobre 2009, 09:29:25 da Royal Moore »
« Son uscito per una passeggiata, son rimasto fuori tutta la vita. » John Muir

squalo

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Re: La bistecca che distrugge il pianeta
« Risposta #3 il: 23 Ottobre 2009, 18:28:53 »
Ma, sto Berlusconi bisogna farlo entrare a forza dappertutto, vero ?
Ho paura che se scomparisse improvvisamente dalla scena avreste gravi problemi motivazionali con crisi depressive devastanti.


Il problema dell'inquinamento degli allevamenti mi sembra molto più serio, invece, e mi vien da chiedermi se diventando tutti improvvisamente vegetariani ovvieremmo al problema.
Non credo infatti che sia questione di che cosa ma di quanto, qualsiasi tipo di alimento prodotto su scala intensiva mondiale produrebbe probabilmente gravi problemi di sostegno ambientale.
E allora che si fa ?

Lo dico senza un'idea di chiara di quale sarebbe il reale cambiamento, ma credo che si potrebbero compiere degli studi per capire se:

1) si possa tentare in un periodo di tempo X (20 anni?) di agevolare un ritorno forte delle economie agricole e locali. Infatti per quanto riguarda il cibo secondo me la globalizzazione è un surplus e ha effetti quasi eslusivamente dannosi. E poi ci bisogno di gente che lavori i campi, e di una forte cultura alimentare credo. Se ci pensate (e le ricerche lo dimostrano) una percentuale abbastanza dei prodotti smerciati nei supermercati risultano poi in eccesso e vengono prodotti per marcire, allo stesso tempo esiste una fascia molto alta di servizi che forniscono un surplus di cibo (pensiamo anche solo ai bar, in cui puoi fare uno spuntino, che si riforniscono di una marea di cibo di qualità scadente che se proprio vogliamo potrebbe anche essere superfluo). Ci vorrebbe una strategia di ottimizzazione: le strategie di ottimizzazione vengono a mio parere utilizzate troppo in campo produttivo per produrre il più possibile sfruttando al meglio i fattori della produzione, mentre si trascura il problema fondamentale del produrre ciò che è effettivamente necessario al fabbisogno.
Quindi ritornando al discorso del localismo, la mia idea è quella di vedere se si può controbilanciare il flusso alimentare con prodotti locali, abolendo o almeno limitando allo stretto necessario le grandi catene di distribuzione.
Il problema di questa strategia è insito nella natura attuale della nostra società, abbiamo un ritmo vitale talmente alto e talmente tante cose a cui pensare che comunque un ritorno al passato appare cosa ardua, lo spuntino del pranzo che dura 5 minuti con prodotti scadenti, ma veloci da consumare e nei posti tattici (bar, fast food...) è molto più tattico, ed è difficile cambiare delle abitudini che vanno in direzione sempre più fast, sempre più globale.

Ovviamente sono le prime considerazioni che mi vengono in mente, andrebbero verificare e limate in più parti, sapevo già da tempo del grandissimo inquinamento degli allevamenti di carne, ma di certo non è smettendo di mangiarla che si risolve il problema: con una cultura alimentare più ampia e consapevole però si potrebbe limitare credo. Conosco gente che mangia al 90 per cento carne e basta, e spesso davvero schifosa come qualità, e abito a San Donà di Piave, in Italia. Immaginiamo una metropoli, negli Stati Uniti per esempio...

StefanoR

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Re: La bistecca che distrugge il pianeta
« Risposta #4 il: 28 Ottobre 2009, 11:11:54 »
Anche senza diventare vegetariani, dei correttivi ragionevoli ci sono... la prima cosa - e la più ovvia - è limitare il consumo di carne! Mangiarla, in modiche quantità, non più di due volte a settimana, magari.

Poi, puntare sulle tipologie di allevamento a minore impatto, come quella del pollame (allevamenti a terra, all'aperto o biologici).

Infine, rifornirsi di carne presso aziende agricole che pratichino modalità di allevamento, macellazione e smercio più acettabili... si è citata l'Emilia Romagna in negativo; personalmente, acquisto carne attraverso un GAS (gruppo di acquisto solidale) bolognese che si rifornisce presso un allevatore della bassa ferrarese che tiene pochi animali e li macella solo quando c'è un quantitativo di ordini sufficiente. Costa un po' di più, ma la carne è ottima, e la pratica mi sembra nel complesso molto più "sana" della macellazione industriale.

1) si possa tentare in un periodo di tempo X (20 anni?) di agevolare un ritorno forte delle economie agricole e locali. Infatti per quanto riguarda il cibo secondo me la globalizzazione è un surplus e ha effetti quasi eslusivamente dannosi. E poi ci bisogno di gente che lavori i campi, e di una forte cultura alimentare credo. [...] Ci vorrebbe una strategia di ottimizzazione: le strategie di ottimizzazione vengono a mio parere utilizzate troppo in campo produttivo per produrre il più possibile sfruttando al meglio i fattori della produzione, mentre si trascura il problema fondamentale del produrre ciò che è effettivamente necessario al fabbisogno.
Quindi ritornando al discorso del localismo, la mia idea è quella di vedere se si può controbilanciare il flusso alimentare con prodotti locali, abolendo o almeno limitando allo stretto necessario le grandi catene di distribuzione.

Secondo me sono tutte riflessioni condivisibili, ma c'è un grande ostacolo a tutto questo: il prezzo.

Se si producesse secondo il fabbisogno, il prezzo dei beni aumenterebbe in modo esponenziale, seguendo il famoso principio dell'utilità marginale.

Finché si rimane in una logica di mercato, quindi, è forse addirittura impossibile cambiare le cose. Converrà buttare via e sprecare un sacco di beni per tenere basso il prezzo e garantire un buon guadagno su una logica "di scala" (ecco perché trionfano alla fine le grandi catene), piuttosto che produrre meno con un conseguente rialzo dei prezzi, che diventerebbero alla lunga proibitivi per la maggior parte dei consumatori e che danneggerebbero pertanto anche i produttori.

L'unica soluzione sarebbe - forse - uscire del tutto da una logica di mercato... ma in che modo?

I GAS e la filosofia "chilometro zero" vanno benissimo, ma se diventassero la norma, invece di essere l'eccezione virtuosa, forse ci troveremmo ben presto con metà della popolazione costretta a patire sacrifici enormi, perché i prezzi aumenterebbero inevitabilmente non appena tutti cominciassero a rifornirsi presso aziende che, per ragioni di compatibilità ambientale, hanno una mole di produzione necessariamente più ridotta.

Non so, le mie sono considerazioni ipotetiche, che faccio sulla base delle poche e stentate nozioni che ho di economia... forse qualcuno di più esperto potrebbe illustrare meglio le conseguenze e i rischi di tutto questo!
The first superhero from New Jersey.

squalo

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Re: La bistecca che distrugge il pianeta
« Risposta #5 il: 31 Ottobre 2009, 12:50:34 »
Se si producesse secondo il fabbisogno, il prezzo dei beni aumenterebbe in modo esponenziale, seguendo il famoso principio dell'utilità marginale.

Non ne sono così sicuro, sicuramente siamo d'accordo che dovrebbero cambiare MOLTE cose, non solo il mercato e le forniture di cibo, dovrebbero cambiare le abitudini alimentari. Se prendi in considerazione che non possa cambiare la funzione di utilità marginale allora hai ragione, il prezzo salirebbe parecchio, ma è proprio qui secondo me il punto, e cioè pensare ad una funzione di utilità marginale che vari sul lungo periodo. E pensare ad una cultura alimentare totalmente diversa da quella attuale. Sicuramente un'analisi dettagliata di tutto ciò non può essere fatta in un forum da due pischelli qualunque, in ogni caso penso ad una concorrenza di mercato territorialmente limitata, in cui non conta l'ottimizzazione tra fattori della produzione impiegati e quantità di prodotto finale, ma l'ottimizzazione tra quantità di prodotto finale e quantità di prodotto che costituisce il fabbisogno di una determinata popolazione.
Questo pare un ragionamento un po' impositivo e quasi da economia pianificata, ma non credo che sia così, perchè chi ha effettivamente la passione della terra non ha tempo per coltivare brame espansionistiche e pensare ad aprire una filiale a 4000 kilometri di distanza in cui c'è un territorio radicalmente diverso da quello che conosce il contadino che coltiva la terra in Polesine. Sono troppi gli studi scientifici che dimostrano che le brame eccessive di potere imprenditoriale che si manifestano nella realtà con grandi organizzazioni e multinazionali agroalimentari costituiscono un serio pericolo per il pianeta, quindi la questione è: come siamo messi col rapporto benefici / danni da globalizzazione e mercato allargato? Se il rapporto è inferiore a uno per quanto riguarda il mercato alimentare credo che bisognerebbe considerare le ambizioni delle multinazionali in questo campo come qualcosa di realmente pericoloso per noi.

squalo

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Re: La bistecca che distrugge il pianeta
« Risposta #6 il: 20 Dicembre 2009, 11:22:31 »
Il discorso del presidente venezuelano al vertice climatico di Copenhagen

DI HUGO CHAVEZ

Signor Presidente, signori, signore, amici e amiche, prometto che non parlerò più di quanto sia già stato fatto questo pomeriggio, ma permettetemi un commento iniziale che avrei voluto facesse parte del punto precedente discusso da Brasile, Cina, India e Bolivia. Chiedevamo la parola, ma non è stato possibile prenderla.

Ha parlato la rappresentante della Bolivia, e porgo un saluto al compagno Presidente Evo Morales qui presente, Presidente della Bolivia.

Tra varie cose ha detto, ho preso nota: il testo che è stato presentato non è democratico, non è rappresentativo di tutti i paesi. Ero appena arrivato e mentre ci sedevamo abbiamo sentito il Presidente della sessione precedente, la signora Ministra, dire che c’era un documento da queste parti, che però nessuno conosce: ho chiesto il documento, ancora non l’abbiamo. Credo che nessuno sappia di questo documento top secret.

Certo, la collega boliviana l’ha detto, non è democratico, non è rappresentativo, ma signori e signore: siamo forse in un mondo democratico? Per caso il sistema mondiale è rappresentativo? Possiamo aspettarci qualcosa di democratico e rappresentativo nel sistema mondiale attuale? Su questo pianeta stiamo vivendo una dittatura imperiale e lo denunciamo ancora da questa tribuna: abbasso la dittatura imperiale! E che su questo pianeta vivano i popoli, la democrazia e l'uguaglianza!

E quello che vediamo qui è proprio il riflesso di tutto ciò: esclusione. C'è un gruppo di paesi che si credono superiori a noi del sud, a noi del terzo mondo, a noi sottosviluppati, o come dice il nostro grande amico Eduardo Galeano: noi paesi avvolti come da un treno che ci ha avvolti nella storia [sorta di gioco di parole tra desarrollados = sviluppati e arrollados = avviluppati NdT]. Quindi non dobbiamo stupirci di quello che succede, non stupiamoci, non c'è democrazia nel mondo e qui ci troviamo di fronte all'ennesima evidenza della dittatura imperiale mondiale.

Poco fa sono saliti due giovani, per fortuna le forze dell'ordine sono state decenti, qualche spintone qua e là, e i due hanno cooperato, no? Qui fuori c'è molta gente, sapete? Certo, non ci entrano tutti in questa sala, sono troppi; ho letto sulla stampa che ci sono stati alcuni arresti, qualche protesta intensa, qui per le strade di Copenaghen, e voglio salutare tutte quelle persone qui fuori, la maggior parte delle quali sono giovani.

Non ci sono dubbi che siano giovani preoccupati, e credo abbiano una ragione più di noi per essere preoccupati del futuro del mondo; noi abbiamo – la maggior parte dei presenti – già il sole dietro le spalle, ma loro hanno il sole in fronte e sono davvero preoccupati. Qualcuno potrebbe dire, Signor Presidente, che un fantasma infesta Copenaghen, parafrasando Karl Marx, il grande Karl Marx, un fantasma infesta le strade di Copenaghen e credo che questo fantasma vaga per questa sala in silenzio, gira in quest'aula, tra di noi, attraversa i corridoi, esce dal basso, sale, è un fantasma spaventoso che quasi nessuno vuole nominare: il capitalismo è il fantasma, quasi nessuno vuole nominarlo.

È il capitalismo, sentiamo ruggire qui fuori i popoli. Stavo leggendo qualcuna delle frasi scritte per strada, e di questi slogan (alcuni dei quali li ho sentiti anche dai due giovani che sono entrati), me ne sono scritti due. Il primo è Non cambiate il clima, cambiate il sistema.

E io lo riprendo qui per noi. Non cambiamo il clima, cambiamo il sistema! E di conseguenza cominceremo a salvare il pianeta. Il capitalismo, il modello di sviluppo distruttivo sta mettendo fine alla vita, minaccia di metter fine alla specie umana. E il secondo slogan spinge alla riflessione. In linea con la crisi bancaria che ha colpito, e continua a colpire, il mondo, e con il modo con cui i paesi del ricco Nord sono corsi in soccorso dei bancari e delle grandi banche (degli Stati Uniti si è persa la somma, da quanto è astronomica). Ecco cosa dicono per le strade: se il clima fosse una banca, l'avrebbero già salvato.

E credo che sia la verità. Se il clima fosse una delle grandi banche, i governi ricchi l'avrebbero già salvato. Credo che Obama non sia arrivato, ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace quasi nello stesso giorno in cui mandava altri 30mila soldati ad uccidere innocenti in Afghanistan, e ora viene qui a presentarsi con il Premio Nobel per la Pace, il Presidente degli Stati Uniti. Gli USA però hanno la macchinetta per fare le banconote, per fare i dollari, e hanno salvato, vabbè, credono di aver salvato, le banche e il sistema capitalista.

Bene, lasciando da parte questo commento, dicevo che alzavamo la mano per unirci a Brasile, India, Bolivia e Cina nella loro interessante posizione, che il Venezuela e i paesi dell'Alleanza Bolivariana condividono fermamente; però non ci è stata data la parola, per cui, Signor Presidente, non mi conteggi questi minuti, la prego.

Ho conosciuto, ho avuto il piacere di conoscere Hervé Kempf – è qui in giro -, di cui consiglio vivamente il libro “Perché i mega-ricchi stanno distruggendo il pianeta”, in francese, ma potete trovarlo anche in spagnolo e sicuramente in inglese. Hervé Kempf: Perché i mega-ricchi stanno distruggendo il pianeta. Per questo Cristo ha detto: E' più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio. Questo l'ha detto Cristo nostro Signore.

....... Bene, Signor Presidente, il cambiamento climatico è senza dubbio il problema ambientale più devastante di questo secolo, inondazioni, siccità, tormente, uragani, disgeli, innalzamento del livello del mare, acidificazione degli oceani e ondate di calore, tutto questo acuisce l'impatto delle crisi globali che si abbattono su di noi. L'attività umana d'oggi supera i limiti della sostenibilità, mettendo in pericolo la vita del pianeta, ma anche in questo siamo profondamente disuguali.

Voglio ricordarlo: le 500 milioni di persone più ricche del pianeta, 500 milioni, sono il sette per cento, sette per cento, seven per cento della popolazione mondiale. Questo sette per cento è responsabile, queste cinquecento milioni di persone più ricche sono responsabili del cinquanta per cento delle emissioni inquinanti, mentre il 50 per cento più povero è responsabile solo del sette per cento delle emissioni inquinanti.

Per questo mi sembra strano mettere qui sullo stesso piano Stati Uniti e Cina. Gli Stati Uniti hanno appena 300 milioni di abitanti. La Cina ha una popolazione quasi 5 volte più grande di quella degli USA.

Gli Stati Uniti consumano più di 20 milioni di barili di petrolio al giorno, la Cina arriva appena ai 5,6 milioni di barili al giorno, non possiamo chiedere le stesse cose agli Stati Uniti e alla Cina. Ci sono questioni da discutere, almeno potessimo noi Capi di Stato e di Governo sederci a discutere davvero di questi argomenti.

Inoltre, Signor Presidente, il 60% degli ecosistemi del pianeta hanno subito danni e il 20% della crosta terrestre è degradata; siamo stati testimoni impassibili della deforestazione, della conversione di terre, della desertificazione e delle alterazioni dei sistemi d'acqua dolce, dello sovrasfruttamento del patrimonio ittico, della contaminazione e della perdita della diversità biologica. Lo sfruttamento esagerato della terra supera del 30% la sua capacità di rigenerazione.

Il pianeta sta perdendo ciò che i tecnici chiamano la capacità di autoregolarsi, il pianeta la sta perdendo, ogni giorno si buttano più rifiuti di quanti possano essere smaltiti. La sopravvivenza della nostra specie assilla la coscienza dell'umanità. Malgrado l'urgenza, sono passati due anni dalle negoziazioni volte a concludere un secondo periodo di compromessi voluto dal Protocollo di Kyoto, e ci presentiamo a quest'appuntamento senza un accordo reale e significativo.

E voglio dire che riguardo al testo creato dal nulla, come qualcuno l'ha definito (il rappresentante cinese), il Venezuela e i paesi dell'Alleanza Bolivariana per le Americhe, noi non accettiamo nessun altro testo che non derivi dai gruppi di lavoro del Protocollo di Kyoto e della Convenzione: sono i testi legittimi su cui si sta discutendo intensamente da anni.

E in queste ultime ore credo che non abbiate dormito: oltre a non aver pranzato, non avete dormito. Non mi sembra logico che ora si produca un testo dal niente, come dite voi. L'obiettivo scientificamente sostenuto di ridurre le emissioni di gas inquinanti e raggiungere un accordo chiaro di cooperazione a lungo termine, oggi a quest'ora, sembra aver fallito.Almeno per il momento. Qual è il motivo? Non abbiamo dubbi. Il motivo è l'atteggiamento irresponsabile e la mancanza di volontà politica delle nazioni più potenti del pianeta...

Il conservatorismo politico e l'egoismo dei grandi consumatori, dei paesi più ricchi testimoniano di una grande insensibilità e della mancanza di solidarietà con i più poveri, con gli affamati, con coloro più soggetti alle malattie, ai disastri naturali, Signor Presidente, è chiaramente un nuovo ed unico accordo applicabile a parti assolutamente disuguali, per la grandezza delle sue contribuzioni e capacità economiche, finanziarie e tecnologiche, ed è evidente che si basa sul rispetto assoluto dei principi contenuti nella Convenzione.

I paesi sviluppati dovrebbero stabilire dei compromessi vincolanti, chiari e concreti per la diminuzione sostanziale delle loro emissioni e assumere degli obblighi di assistenza finanziaria e tecnologica ai paesi poveri per far fronte ai pericoli distruttivi del cambiamento climatico. In questo senso, la peculiarità degli stati insulari e dei paesi meno sviluppati dovrebbe essere pienamente riconosciuta.

.... Le entrate totali delie 500 persone più ricche del mondo sono superiore alle entrate delle 416 milioni di persone più povere, le 2800 milioni di persone che vivono nella povertà, con meno di 2 dollari al giorno e che rappresentano il 40 per cento della popolazione mondiale, ricevono solo il 5 per cento delle entrate mondiale...

Ci sono 1100 milioni di persone che non hanno accesso all'acqua potabile, 2600 milioni prive di servizio di sanità, più di 800 milioni di analfabeti e 1020 milioni di persone affamate: ecco lo scenario mondiale.

E ora, la causa, qual è la causa? Parliamo della causa, non evitiamo le responsabilità, non evitiamo la profondità del problema, la causa senza dubbio, torno all'argomento di questo disastroso scenario, è il sistema metabolico distruttivo del capitale e della sua incarnazione: il capitalismo.

Ho qui una citazione di quel gran teologo della liberazione che è Leonardo Boff, come sappiamo, brasiliano, che dice: Qual è la causa? Ah, la causa è il sogno di cercare la felicità con l'accumulazione materiale e il progresso senza fine, usando, per fare ciò, la scienza e la tecnica con cui si possono sfruttare in modo illimitato le risorse della terra.

Può una terra finita sopportare un progetto infinito? La tesi del capitalismo, lo sviluppo infinito, è un modello distruttivo, accettiamolo.

..... Noi popoli del mondo chiediamo agli imperi, a quelli che pretendono di continuare a dominare il mondo e noi, chiediamo loro che finiscano le aggressioni e le guerre. Niente più basi militari imperiali, né colpi di Stato, costruiamo un ordine economico e sociale più giusto e equitativo, sradichiamo la povertà, freniamo subito gli alti livelli di emissioni, arrestiamo il deterioramento ambientale ed evitiamo la grande catastrofe del cambiamento climatico, integriamoci nel nobile obiettivo di essere tutti più liberi e solidari.

.... Questo pianeta è vissuto migliaia di milioni di anni, e questo pianeta è vissuto per migliaia di milioni di anni senza di noi, la specie umana: non ha bisogno di noi per esistere. Bene, noi senza la Terra non viviamo, e stiamo distruggendo il Pachanama*, come dice Evo e come dicono i nostri fratelli aborigeni del Sudamerica...

Hugo Chavez

Royal Moore

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Re: La bistecca che distrugge il pianeta
« Risposta #7 il: 20 Dicembre 2009, 12:51:47 »
Un gran bel discorso, non c'è che dire.

Servisse a tutti, per ripensare a molte cose anche nel quotidiano, non sarebbe male.
« Son uscito per una passeggiata, son rimasto fuori tutta la vita. » John Muir

squalo

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Re: La bistecca che distrugge il pianeta
« Risposta #8 il: 20 Dicembre 2009, 13:03:55 »
Un gran bel discorso, non c'è che dire.

Trovo che sia veramente significativo per comprendere il fallimento e l'inutilità di questo vertice, e quanto si stia rivelando un fuoco di paglia l'anima rivoluzionaria di Obama (come già era ampiamente prevedibile). E' evidente che il coltello dalla parte del manico in queste questioni sembrano averlo non i capi di stato comunque, ma qualcun altro, a capo di grandi organizzazioni e multinazionali. 

StefanoR

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Re: La bistecca che distrugge il pianeta
« Risposta #9 il: 20 Dicembre 2009, 15:24:36 »
E' evidente che il coltello dalla parte del manico in queste questioni sembrano averlo non i capi di stato comunque, ma qualcun altro, a capo di grandi organizzazioni e multinazionali.  

Aveva già provato a dirlo il movimento No Global una decina d'anni fa...

Oggi stiamo scontando gli errori di una fascia molto ristretta della popolazione mondiale che, in seno alla comunità finanziaria e al mondo delle corporations e delle multinazionali, macina guadagni sulle spalle di milioni di persone, facendo leva sulle contraddizioni di un sistema.

Ci vorrebbe la creazione di un'opinione pubblica internazionale, di una società civile trasnazionale in grado di contrapporsi ferocemente a questa cricca... ma abbiamo visto come è finita in passato. L'egoismo, la ristrettezza di vedute e di interessi, il disinteresse e la rassegnazione completano l'opera.

I vari Grillo e compagnia cantante non serviranno a nulla... loro ne usciranno con il conto in banca un po' più gonfio, noi, poveri gonzi che li seguiamo, con un bel po' di autodeterminazione e libertà in meno.

E mettiamocela pure via... neppure i paesi in via di sviluppo riusciranno ad invertire la tendenza. Uno staff diplomatico costa, e dubito che quei paesi possano permettersene uno abbastanza nutrito ed efficiente da garantire la tutela dei loro interessi. I negoziati sul clima che hanno preceduto Copenhagen lo dimostrano, purtroppo.
« Ultima modifica: 20 Dicembre 2009, 15:27:09 da StefanoR »
The first superhero from New Jersey.

squalo

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Re: La bistecca che distrugge il pianeta
« Risposta #10 il: 04 Gennaio 2010, 14:05:17 »
Molto interessante il reportage di lavoce.info (uno dei pochi blog italiani di informazione professionale decenti) sul vertice di Copenaghen. Posto inoltre qua un articolo sempre di lavoce.info riguardante l'informazione e l'opinione pubblica riguardo ai cambiamenti climatici.

TROPPA NEBBIA SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI
Luciano Canova e Enzo Di Giulio 22.12.2009
"Un libro con un capitolo negazionista sul riscaldamento globale scatena negli Stati Uniti un acceso dibattito. E pone qualche interrogativo, in una battaglia che contrappone voce autorevole a voce autorevole, sul ruolo delle strategie di comunicazione. Quanto agli scienziati, al di là del potere di amplificazione dei media, sembra quanto mai attuale il richiamo all'onestà intellettuale e al rigore.

Nei giorni di Copenaghen, l’attenzione si è rivolta agli aspetti tecnici: che tipo di accordo? Quali target? Flat, fissi, flessibili, pro-capite? E i crediti da hot air? Ha senso trasferirli al secondo committment period? Tuttavia, al di là dei tecnicismi delle domande, la questione del cambiamento climatico è anche una battaglia sull’informazione. L’eterno ritorno della domanda “ne sappiamo abbastanza da poter richiedere una rivoluzione dei sistemi economici?” ne è una testimonianza. Le ragioni del “sì” fronteggiano quelle del “no”. Con il primo e secondo Assessment Report dell’Ipcc, i dieci anni dal 1990 al 2000 hanno segnato un progresso delle prime. Gli otto anni di amministrazione Bush possono essere interpretati come un baluardo delle seconde. Nonostante il terzo e quarto Ipcc Report abbiano ribadito le ragioni del “sì”, la domanda eterna non cessa di porsi. Torna alla mente lo Shakespeare di “Misura per Misura”:“E chi vuoi che ti creda, Isabella? Il mio nome e il posto che occupo nello Stato avranno un peso maggiore di quello della tua accusa. Tutto quello che dirai avrà il sapore di calunnia (...) Dì pure in giro tutto quello che credi. La mia menzogna avrà più peso della tua verità”. Con questo non s’intende sostenere che le tesi di chi nega la gravità del cambiamento climatico non siano degne di attenzione. Non è l’oggetto di questo articolo. Riteniamo però che sia importante riflettere sul modo in cui l’informazione viene offerta, e che vi sia un modo corretto e uno scorretto di farlo.

IL CLIMA DELLA FREAKONOMICS

La recente uscita negli Stati Uniti di Superfreakonomics di Steven Levitt e Stephen Dubner ha acceso un dibattito surriscaldato, è proprio il caso di dirlo, per un capitolo dedicato al global warming. (1)L’importanza che può avere l’informazione nella divulgazione scientifica si intuisce già indagando la natura intima del successo del primo volume, Freakonomics: un giornalista affermato e un geniale economista, curiosamente insieme per un’avventura editoriale senza precedenti. (2) L’apparente controsenso, o trade off per dirla con la retorica economista, ha un suo fascino: da un lato l’urgenza, e spesso l’approssimazione, di chi vive di notizie e di sintesi inevitabili; dall’altro il rigore metodologico e la pignoleria, almeno quella di chi anela a una robusta e significativa analisi su una qualsiasi questione. L’esito di Freakonomics fu, per gli autori, eccellente: oltre un milione di copie vendute nei soli Stati Uniti e quattro milioni nel mondo. Il successo del primo libro dà enorme risonanza alla parola di Levitt e il dibattito che si è scatenato sul capitolo concernente il cambiamento climatico del secondo volume, lo conferma. Proprio laddove il peso specifico della parola è elevato, occorrerebbe usarla con misura. Invece, ciò sembra non accadere. In effetti, il capitolo sul clima è molto “freak”, per usare l’aggettivo che tanto piace agli autori. Il testo è orientato a una leggerezza espressiva di fondo, a tratti romanzante, che certamente felice sul piano stilistico, lo è molto meno su quello dei contenuti. La ricerca dell’originalità sembra prevalere sulla sostanza dei contenuti. L’artificio comunicativo utilizzato è, a tratti, una forma equivoca di simil-romanzo. Levitt e Dubner mettono in scena personaggi realmente esistenti a cui danno la parola. In definitiva, gli autori raccontano una storia che ha come oggetto il clima, lasciando ai personaggi la possibilità di esprimersi. In tal senso, l’anima giornalistica prevale su quella scientifica, soprattutto se il giornalista-economista non approfondisce il dato o l’argomentazione addotta dai personaggi. Probabilmente, Intellectual Ventures (IV) – “an invention company” – e il suo leader, Nathan Myhrvold, sono i personaggi centrali del capitolo. Come esempi del loro argomentare, citiamo la critica di Myhrvold all’energia solare: “The problem with solar cells is that they’re black, because they are designed to absorb light from the sun. But only about 12 percent gets turned into electricity, and the rest is reradiated as heat – which contributes to global warming”.(3) Tale affermazione, il cui contenuto è certamente assai radicale, è proposta in forma apodittica, senza ulteriore discussione. In verità, come Raymond Pierrehumbert dell’università di Chicago ha mostrato, la tesi di Myhrvold non è affatto condivisibile o, quantomeno, si espone a numerose critiche. (4) Di queste non vi è traccia in Superfreakonomics, e ciò non è bene, soprattutto considerando che il volume si rivolge anche a un pubblico di non esperti, potenzialmente a milioni di lettori.Di tenore simile, un’altra frase: “(...) what people don’t know, the IV scientists say, is that the carbon dioxide level some million years ago – back when our mammalian ancestors were evolving – was at least 1,000 parts per milion. In fact, that is the concentration of carbon dioxide you regularly breathe if you work in a new energy-efficient office building”. (5) L’affermazione non è seguita da approfondimenti e ciò può indurre il lettore a pensare che se il livello di concentrazione salisse a 600-700 ppm non sarebbe un problema e che, dunque, l’obiettivo di stabilizzare la concentrazione a 450 o 500 rappresenti un’assurdità.

AUTORITÀ CONTRO AUTORITÀ

Non è questa la sede per una disamina punto per punto delle tesi di Superfreakonomics. Quello che ci interessa, qui, notare, è il ruolo appunto delle strategie di comunicazione: Levitt agisce come Leviatano totemico dei negazionisti e viene citato come auctoritas. E dall’altra parte, per tutta risposta, non rimane che ribattere con la stessa moneta, come mostra la vibrante lettera di critica scritta dal premio Nobel Paul Krugman sul New York Times. (6) Autorità contro autorità: è una sfida epistemologica all’ultimo working paper. E ovviamente tutto si muove e tutto si schiera: i sostenitori dell’uno e dell’altro campo affilano o spuntano le armi, a seconda dei casi. Una volta i pirati corsari combattevano per l’esercito di Sua Maestà britannica cercando di scoprire i segreti della marina nemica: oggi gli hacker irrompono sui computer della University of East Anglia per smascherare il presunto data tuning operato dai climatologi.
Purtroppo, la battaglia sulla comunicazione, per quanto affascinante, divora tempo in un contesto nel quale il tempo è un bene assai scarso. Non ci pare il caso di cedere a visioni apocalittiche. L’elezione di Barack Obama, lo scorso anno, mostra quanto le capacità evocative della comunicazione in rete possano oggi, modificare la realtà e intervenire su di essa. Quanto agli scienziati, al di là del potere di amplificazione dei media, ci pare quanto mai attuale il richiamo all’onestà intellettuale e al rigore, senza la tentazione facile della semplificazione del principio di auctoritas che, spesso, diventa sostegno ideologico di chi poco sa e molto dice. Quando si nasconde la verità, o si cerca di farlo, le biblioteche bruciano per il nome di una rosa. Per citare Galileo: “Parmi d’aver per lunghe esperienze osservato tale essere la condizione umana intorno alle cose intellettuali, che quanto altri meno ne intende e ne sa, tanto più risolutamente voglia discorrerne; e che, all’incontro, la moltitudine delle cose conosciute ed intese renda più lento e irresoluto al sentenziare circa qualche novità”.