Il problema non è che ci sono "padroni", è che ci sono padroni che non hanno una cultura imprenditoriale ed economica seria e fanno una marea di danni.
Parto da questo per condividere con voi alcune riflessioni e puntualizzazioni... ho scritto di fretta, perciò perdonate alcune semplificazioni tagliate un po' con l'accetta; quello che mi interessa è la sostanza.
(1) L'esistenza dei "padroni" è qualcosa di inevitabile, siamo d'accordo. Però rendiamoci conto che è il prodotto di una stratificazione storica, non la logica conseguenza di una legge divina! Quando c'è stata la rivolouzione industriale, ed è nato il sistema in cui siamo immersi ancora oggi, c'erano delle disparità socio-economiche molto marcate, legate alla concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi per due possibili ragioni: (a) possesso della terra (tra l'altro accentuato da precisi "favori" politici, vedi il fenomeno delle
enclosures in Inghilterra); (b) accumulazione di capitale attraverso l'esercizio di attività mercantili.
Questo ha fatto sì che il possesso dei mezzi di produzione fosse sin dal principio in mano non a chi effettivamente e materialmente produceva, ma a coloro che dettavano ad una massa di persone prive di beni e qualifica le condizioni della produzione. Questa è una
circostanza storica per cui è possibile trovare delle
spiegazioni, non una
Legge naturale o divina per la quale bisogna star lì a cercare delle
giustificazioni.
La conclusione che io ne traggo è quindi, sul piano filosofico, questa: i "padroni" esistono di fatto, ma nulla giustifica la loro esistenza in linea di principio.
(2) Le "conquiste" che hanno portato al miglioramento delle condizioni dei lavoratori nel loro rapporto con i detentori del capitale, della ricchezza e dei mezzi di produzione sono state in realtà in massima parte delle "concessioni". Concessioni di un sistema che non avrebbe potuto sopravvivere altrimenti. Giusto due esempi (perdonate la semplificazione):
Primo esempio: la nascita dello Stato Sociale in Europa a cavallo fra '800 e '900. Nella Germania post-unitaria (era bismarckiana) si sapeva perfettamente che non c'erano possibilità di competere con l'Inghilterra, che godeva di un sistema industriale maggiormente consolidato. Di qui il rifiuto della retorica tipicamente britannica del Libero Mercato, le barriere protezionistiche, gli investimenti nel settore universitario (ricerca), la creazione delle prime forme rudimentali di ammortizzatori sociali (quello che poi diventerà il sistema delle pensioni, l'assistenza sanitaria gratutia ecc). Un sistema economico, per svilupparsi in condizioni svantaggiose, fa delle eccezioni al Credo del Libero Mercato e concede qualche "privilegio" a cittadini, operatori economici e lavoratori entro i confini nazionali.
Secondo esempio: il boom economico del Secondo Dopoguerra, e il conseguente benessere diffuso, che creò il terreno per l'affermazione dei diritti dei lavoratori e delle forme assistenziali in Europa. Anche lì, la matrice di tutte queste presunte "conquiste" era la teoria keynesiana... accrescere la domanda aggregata per rilanciare l'economia significava spesa pubblica e investimenti nel Welfare.
Se si parte dall'assunto secondo cui le "conquiste" sono state in realtà in massima parte "concessioni", si spiega perfettamente perché, non appena quel vecchio sistema cominciò a manifestare delle crepe (crisi petrolifera dei primi anni '70), si vennero a creare le premesse perché si affermassero nuove linee guida a livello economico: politica montearia, liberismo economico... e, a lungo andare, erosione progressiva dei diritti acquisiti dai lavoratori.
(3) Mentre il mondo subiva questi cambiamenti, è cambiata radicalmente la natura dei c.d. "padroni", che oggi non sono più, per la maggior parte, i vecchi imprenditori capitalisti proprietari avari e bigotti con il cilindro e il sigaro in bocca, ma le Società di Capitale, le cosiddette Corporations. Soggetti economici che, approfittando dell'ammorbidimento delle tutele a favore di lavoratori e fasce svantaggiate, hanno agito a mani basse per conquistare margini di profitto sempre più alti, a spese delle popolazioni e dell'ambiente.
La precarizzazione del mercato del lavoro è la logica conseguenza di tutto questo. Quello che fa comodo ai nuovi "padroni" (un ceto di tecno-burocrati che la cultura imprenditoriale "classica" non l'hanno mai vista nemmeno con il binocolo) è un nutrito "esercito di riserva" composto da persone poco qualificate, prive di diritti e tutele, disposte a vendersi al ribasso. I contratti di merda con cui si viene assunti oggi sono soltanto l'epifenomeno di un mutamento epocale che è avvenuto sotto i nostri occhi senza che ce ne accorgessimo... non ha senso quindi concentrarsi sull'epifenomeno evitando di affrontare la sostanza del problema: il rischio è quello di condurre un'azione politica inefficace e puramente superficiale, capace al massimo di scalfire il guscio duro di questo nuovo sistema mondiale basato sull'iniquità e lo sfruttamento di persone e ambiente.
Conclusioni: siccome è chiaro - è la storia ad insegnarcelo - che rivoluzioni "dal basso" non esistono, e che non si può però nemmeno confidare nell'acquisizione, da parte di chi detiene il potere economico, di una maggiore "cultura imprenditoriale" (beata illusione!) l'unica speranza è che si produca un movimento "a tenaglia" in cui una nuova consapevolezza da parte delle classi dirigenti e una nuova spinta rivendicativa da parte dei lavoratori producano di concerto un sistema alternativo... per dirla in tre parole: un
Nuovo Contratto SocialeScopo della sinistra dovrebbe essere quello di favorire un movimento di questo genere... contro i grumi di potere consolidati e contro le vecchie retoriche. Un obiettivo impossibile, forse. Però una sinistra che non sia in grado di agire in tal senso e di promuovere una riflessione
radicale su questi temi sarà sempre, ai miei occhi, una sinistra poco credibile.