Autore Topic: la difesa al terrorismo impazzita  (Letto 556 volte)

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alberet

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Re: la difesa al terrorismo impazzita
« Risposta #15 il: 08 Gennaio 2010, 15:18:05 »
Yemen: La Guerra Del Pentagono Nella Penisola Araba

di "Rick Rozoff" *
   Nota del traduttore: questo articolo è stato scritto dieci giorni prima che il fallito attentato di Umar Farouk Abdulmutallab contro il volo Delta 253 americano fornisse agli USA un felice pretesto per intervenire nella guerra civile in corso nello Yemen. L'autore aveva già capito quali fossero gli obiettivi e gli interessi in campo e li aveva illustrati con una certa accuratezza. Ci ha poi pensato la solita Al Qaeda, con il consueto petardo fatto esplodere in una locazione a caso, a creare la giustificazione per l'intervento. Al Qaedaè preziosa per politica estera degli Stati Uniti: consente di giustificare qualsiasi invasione o aggressione, comparendo sempre nel luogo opportuno - quello in cui gli USA desiderano intervenire - al momento opportuno. Se non ci fosse bisognerebbe inventarla. E naturalmente è per questo che gli Stati Uniti l'hanno inventata.

Il 14 dicembre la BBC News ha riferito che 70 civili erano rimasti uccisi nel corso di un bombardamento aereo effettuato sul mercato del villaggio di Bani Maan, nel nord dello Yemen.

Le forze armate nazionali si sono assunte la responsabilità dell'attacco, ma un sito web dei ribelli Houthi, contro i quali l'attacco era presumibilmente diretto, ha affermato che aerei sauditi hanno compiuto un massacro contro gli innocenti abitanti di Bani Maan. [1]


Il regime saudita si è inserito, ai primi di novembre, nel conflitto armato tra i suddetti Houthi e il governo dello Yemen, a sostegno di quest'ultimo, e da allora è accusato di aver condotto attacchi all'interno dello Yemen con carri armati e aerei da guerra. Anche prima di quest'ultimo bombardamento, moltissimi yemeniti erano già stati uccisi e altre migliaia erano stati costretti alla fuga dai combattimenti. L'Arabia Saudita è anche accusata di aver utilizzato bombe al fosforo.

Inoltre, il gruppo ribelle noto come Giovani Credenti, con base nella comunità musulmana sciita dello Yemen che comprende il 30% dei 23 milioni di abitanti del paese, ha dichiarato il 14 dicembre che jet da combattimento americani hanno attaccato la provincia di Sa'ada nello Yemen e che jet statunitensi hanno compiuto 28 attacchi contro la provincia nordoccidentale di Sa'ada. [2]


L'edizione del britannico Daily Telegraph uscita il giorno precedente riferiva di colloqui con funzionari militari statunitensi, affermando: 'Nel timore che lo Yemen non riesca a fronteggiare la situazione, l'America ha inviato un piccolo numero di gruppi di forze speciali per addestrare l'esercito yemenita contro questa minaccia'.

Veniva citato un anonimo funzionario del Pentagono, il quale avrebbe affermato: 'Lo Yemen sta diventando una base di riserva di Al Qaeda per le sue attività in Pakistan e Afghanistan'. [3]


L'evocazione del babau di Al Qaeda è comunque uno specchietto per le allodole.

I ribelli del nord dello Yemen, infatti, sono sciiti e non sunniti, tantomeno sunniti wahabiti della varietà saudita, e pertanto non solo non possono essere ricollegati a nessun gruppo definibile come Al Qaeda, ma ne costituirebbero eventualmente un probabile bersaglio.


In ossequio ai progetti statunitensi sulla regione, la stampa americana e britannica ha di recente iniziato a parlare dello Yemen come della 'patria ancestrale' di Osama Bin Laden. Certo, Bin Laden viene da una ben nota famiglia di miliardari dell'Arabia Saudita, ma poichè suo padre era nato più di un secolo fa in quella che è oggi la Repubblica dello Yemen, i media occidentali hanno iniziato a sfruttare questo irrilevante accidente storico per suggerire che Osama Bin Laden avrebbe un ruolo attivo all'interno della nazione e per creare un sottile legame tra le guerre in Afghanistan e Pakistan e l'intervento americano e saudita nella guerra civile dello Yemen.


Nel 2002 il Pentagono aveva inviato circa 100 soldati - secondo alcune fonti, forze speciali dei Berretti Verdi - nello Yemen, allo scopo di addestrare le forze militari del paese.

In quell'occasione, verificatasi due anni dopo l'attacco suicida - attribuito ad Al Qaeda - contro la nave USS Cole di stanza nel porto di Aden, nello Yemen meridionale, e accompagnata da attacchi missilistici contro leader della stessa organizzazione, Washington giustificò le proprie azioni come ritorsione contro quell'incidente e contro gli attacchi a New York e Washington dell'anno precedente.


Il contesto attuale è assai diverso e una guerra antirivoluzionaria nello Yemen, sostenuta dagli USA, non avrebbe nulla a che fare con le presunte minacce di Al Qaeda, ma sarebbe parte integrante di una strategia per estendere la guerra afgana in cerchi concentrici sempre più vasti che comprendano l'Asia meridionale e centrale, il Caucaso e il Golfo Persico, il Sud- Est Asiatico e il Golfo di Aden, il Corno d'Africa e la Penisola Araba.

La tanto attesa dipartita del presidente George W. Bush avrà anche portato la fine della guerra al terrorismo ufficiale, ora definita 'operazioni del contingente oltremare', ma nulla è cambiato, a parte il nome.


Il 13 dicembre il Gen. David Petraeus, ufficiale supremo del Comando Centrale del Pentagono, a capo delle operazioni belliche in Afghanistan, Iraq e Pakistan, ha dichiarato alla TV Al Arabiya che 'gli Stati Uniti sostengono la sicurezza interna dello Yemen nell'ambito della cooperazione militare fornita dall'America ai suoi alleati nella regione' e ha sottolineato che 'le navi americane che navigano nelle acque territoriali dello Yemen, sono là non solo per svolgere funzioni di controllo, ma per impedire i rifornimenti di armi ai ribelli Houthiè. [4]


Ricordiamocelo la prossima volta che la panzana di Al Qaeda/Bin Laden verrà usata per giustificare l'estensione del coinvolgimento militare americano nella Penisola Araba.


Lo Yemen Post del 13 dicembre riferiva che l'ufficio centrale dei ribelli Houthi aveva 'accusato gli Stati Uniti di partecipare alla guerra contro gli Houthi' e aveva rilasciato fotografie di aerei militari americani 'impegnati in operazioni di bombardamento contro la provincia di Sa'ada, nel nord dello Yemen'. La fonte stimava che vi fossero stati almeno venti raid americani coordinati attraverso la sorveglianza satellitare. [5]


La stampa occidentale sta partendo di nuovo alla carica nel collegare gli Houthi, il cui background religioso di sciismo zaidita è molto diverso da quello iraniano, con le sinistre macchinazioni attribuite a Teheran. Nemmeno i funzionari del governo americano sono riusciti finora a raccogliere alcuna prova che l'Iran stia appoggiando, o addirittura armando, i ribelli dello Yemen. Questo cambierà se la sceneggiatura andrà avanti secondo i canoni consueti, come indicato dal commento di Petraeus riportato più sopra, e se Washington farà conveniente eco ai proclami del governo yemenita, secondo il quale l'Iran starebbe rifornendo di armi i suoi confratelli sciiti dello Yemen, così com'è accusato di fare in Libano.


Lo Yemen diventerà il campo di battaglia di una guerra per interposta persona tra Stati Uniti e Arabia Saudita da una parte - le cui relazioni politiche sono tra le più forti e durevoli dell'epoca successiva alla II Guerra Mondiale - e l'Iran dall'altra.

In un editoriale di cinque giorni fa, il Tehran Times accusava tutti i soggetti in conflitto nello Yemen - il governo, i ribelli e l'Arabia Saudita - di avventatezza, e lanciava un avvertimento: 'La storia ci fornisce un buon esempio. L'Arabia Saudita ha finanziato i gruppi estremisti in Afghanistan e ancora oggi, due decenni dopo il ritiro dell'armata sovietica dal paese, le fiamme della guerra in Afghanistan stanno devastando gli alleati dell'Arabia Saudita. Uno scenario simile sta ora emergendo nello Yemen'. [6]


Il paragone tra lo Yemen e l'Afghanistan si riferiva soprattutto a Riyadh, nel secondo caso alleata di ferro degli Stati Uniti, e al suo tentativo di esportare il wahabismo di matrice saudita per espandere la propria influenza politica.


L'Arabia Saudita sta cercando di promuovere una propria versione dell'estremismo nello Yemen, come ha già fatto in Afghanistan e Pakistan e come sta attualmente facendo in Iraq. Senza che nè gli Stati Uniti nè i loro alleati occidentali esprimano la minima obiezione, i sauditi e le monarchie loro alleate del Golfo Persico si troveranno al centro, nei prossimi cinque anni, di un commercio di armamenti, stimato per un valore di circa 100 miliardi di dollari, dai paesi occidentali verso il Medio Oriente.

Il fulcro di questo commercio di armamenti sarà senza dubbio il pacchetto di sistemi militari da 20 miliardi di dollari che gli Stati Uniti hanno offerto nei prossimi 10 anni ai sei stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, Qatar e Bahrain. [7]

L'Arabia Saudita dispone anche di aerei da guerra francesi e britannici di ultima generazione, nonchè di sistemi di difesa antimissile forniti dagli americani.


L'avvertimento sulle 'fiamme della guerra' in Afghanistan, contenuto nel commento iraniano citato più sopra, è stato confermato alla lettera nella Valutazione Iniziale del Comando del 30 agosto 2009, rilasciata dal Generale Stanley McChrystal, comandante in capo delle forze americane e NATO in Afghanistan e pubblicato dal Washington Post il 21 settembre con le correzioni richieste dal Pentagono. Questo documento di 66 pagine è servito da punto di riferimento per l'annuncio fatto il 1 dicembre dal presidente Barack Obama, con cui si destinavano all'Afghanistan altri 33.000 soldati americani. Nel suo rapporto McChrystal affermava: 'I gruppi ribelli più rilevanti in relazione al rischio che rappresentano per la missione sono: i talebani Quetta Shura (05T), la rete di Haqqani (HQN) e lo Hezb-e Islami Gulbuddin (HiG).'


Gli ultimi due prendono il nome dai loro fondatori e attuali leader, Jalaluddin Haqqanni and Gulbuddin Hekmatyar, i mujaheddin coccolati dalla CIA americana negli anni '80, quando il direttore dell'Agenzia (dal 1986 al 1989) era Robert Gates, oggi Segretario della Difesa USA, incaricato di proseguire la guerra in Afghanistan. E nello Yemen.


Nel suo libro del 1996, 'From the Shadows', Gates si vantava del fatto che 'la CIA ha ottenuto importanti successi nelle covert actions. Forse la più efficace di tutte è stata quella in Afghanistan, dove la CIA, attraverso i suoi funzionari, ha destinato miliardi di dollari ai rifornimenti di materiale e di armi per i mujaheddin' [8]


Nel 2008, il New York Times rendeva noti i seguenti dettagli:


'Negli anni '80, Jalaluddin Haqqani venne coltivato come un patrimonio 'unilaterale' della CIA e ricevette decine di migliaia di dollari in contanti per il suo impegno nella lotta contro l'Esercito Sovietico in Afghanistan, stando a quanto riportato in 'The Bin Ladens', un recente libro di Steve Coll. A quel tempo, Haqqani aveva aiutato e protetto Osama Bin Laden, che stava mettendo insieme una propria milizia per combattere le forze sovietiche, scrive Coll. [9] Coll è anche autore del volume Ghost Wars: The Secret History of the CIA, Afghanistan, and Bin Laden, from the Soviet Invasion to September 10, 2001.


Hekmatyar, collega di Haqqani, 'ricevette milioni di dollari dalla CIA, attraverso l'ISI [il Servizio d'Intelligence Pakistano]. Hezb-e-Islami Gulbuddin ricevette alcuni dei più sostanziosi aiuti da parte di Pakistan e Arabia Saudita e lavorò con migliaia di mujaheddin stranieri arrivati in Afghanistan'. [10]


Nel maggio scorso il (ferventemente) filo-americano presidente del Pakistan, Asif Ali Zardari, aveva detto alla NBC americana che 'i talebani sono parte del nostro e del vostro passato, l'ISI e la CIA li hanno creati insieme. (I talebani) sono un mostro creato da tutti noi' [11]


L'11 settembre 2001 c'erano solo tre nazioni del mondo che riconoscevano il governo dei talebani in Afghanistan: Pakistan, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Subito dopo gli attacchi, il presidente George W. Bush identificò immediatamente sette dei cosiddetti 'Stati fiancheggiatori del terrorismo' per potenziali ritorsioni: Cuba, Iran, Iraq, Libia, Corea del Nord, Sudan e Siria. Già il solo Sudan, che aveva espulso Osama Bin Laden nel 1996, aveva ogni possibile connessione col terrorismo. Dei 19 dirottatori accusati di aver condotto gli attacchi dell'11 settembre, 15 erano dell'Arabia Saudita, 2 degli Emirati Arabi Uniti, uno dell'Egitto e uno del Libano.

Pakistan e Arabia Saudita restano alleati politici e militari di grande valore per l'America e gli Emirati Arabi hanno truppe che servono in Afghanistan sotto il comando della NATO.


E' forse impossibile stabilire il momento esatto in cui un sedicente combattente della guerra santa, appoggiato dagli USA, addestrato per compiere azioni di terrorismo urbano e per abbattere aerei civili, cessa di essere un combattente per la libertà e diventa un terrorista. Ma si può presumere con una certa sicurezza che ciò avviene quando egli non è più utile a Washington. Un terrorista che serve gli interessi americani è un combattente per la libertà; un combattente per la libertà che si rifiuta di farlo, un terrorista.


Per decenni l'African National Congress di Nelson Mandela e l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina di Yasser Arafat sono stati in cima alla lista dei gruppi terroristici compilata dal Dipartimento di Stato. Ma la Guerra Fredda era appena finita che già tanto Mandela quanto Arafat (come pure Gerry Adams del Sinn Fein) venivano invitati alla Casa Bianca. Il primo ricevette il Nobel per la pace nel 1993, il secondo nel 1994.


Se negli anni '80 un ipotetico militante jihadista fosse partito dall'Arabia Saudita o dall'Egitto per andare in Pakistan a combattere contro il governo dell'Afghanistan e i suoi alleati sovietici, agli occhi degli Stati Uniti egli sarebbe stato un combattente per la libertà. Se invece fosse andato in Libano, sarebbe stato un terrorista. Se fosse arrivato in Bosnia nei primi anni '90, sarebbe stato ancora un combattente per la libertà, ma se si fosse fatto vedere nella Striscia di Gaza o nella West Bank sarebbe stato un terrorista. Nel nord del Caucaso russo sarebbe rinato come combattente per la libertà, ma se fosse tornato in Afghanistan dopo il 2001 sarebbe stato un terrorista.


A seconda di come tira il vento dal Fondo Nebbioso, insomma, un separatista pakistano del Belucistan o un separatista indiano del Kashmir può diventare combattente per la libertà o terrorista.


E viceversa: nel 1998 l'inviato speciale degli USA nei Balcani, Robert Gelbard, descrisse l'Esercito di Liberazione del Kosovo (KLA), che combatteva contro il governo jugoslavo, come un'organizzazione terroristica: 'So riconoscere un terrorista quando ne vedo uno, e questi uomini sono terroristi'. [12]


Ma nel febbraio seguente, il Segretario di Stato americano Madeleine Albright portò cinque uomini del KLA, compreso il suo capo, Hashim Thaci, a Rambouillet, in Francia, per lanciare alla Jugoslavia un ultimatum che sapeva sarebbe stato rifiutato e avrebbe condotto alla guerra.

L'anno successivo fu la stessa Albright a scortare Thaci in un tour personale del QG delle Nazioni Unite e del Dipartimento di Stato, invitandolo poi come ospite alla convention per le nomine presidenziali del Partito Democratico, a Los Angeles.

Lo scorso 1 novembre, Thaci, adesso primo ministro di uno pseudo-stato riconosciuto solo da 63 delle 192 nazioni del mondo, ha ospitato l'ex presidente USA Bill Clinton per l'inaugurazione di un monumento eretto in onore dei crimini di quest'ultimo. E della sua vanità.


Washington ha sostenuto i separatisti armati dell'Eritrea dalla metà degli anni '70 fino al 1991 nella loro guerra contro il governo dell'Etiopia.

Attualmente gli Stati Uniti forniscono armi alla Somalia e al Gibuti per la loro guerra contro l'Eritrea indipendente.

Il Pentagono possiede nel Gibuti la più importante delle sue basi militari permanenti, la quale ospita 2.000 soldati e dalla quale viene gestita la sorveglianza tramite aerei spia sulla Somalia. E sullo Yemen.


Per dirla con le parole di Vautrin, il personaggio di Balzac: 'Non esistono i principi, ma solo gli eventi; non ci sono leggi, ci sono solo circostanze'.


Gli yemeniti sono gli ultimi ad apprendere la legge della giungla voluta dal Pentagono e dalla Casa Bianca.

Insieme a Iran e Afghanistan, che lo specialista di contro-insorgenza Stanley McChrystal ha usato per perfezionare le proprie tecniche, lo Yemen sta per unirsi ai ranghi di tutte quelle nazioni in cui l'esercito degli Stati Uniti è impegnato in varie tipologie di azioni di guerra, ricche di massacri di civili e di altre forme di cosiddetti 'danni collaterali': Colombia, Mali, Pakistan, Filippine, Somalia e Uganda.


1) BBC News, December 14, 2009

2) Press TV, December 14, 2009

3) Daily Telegraph, December 13, 2009

4) Yemen Post, December 13, 2009

5) Ibid.

6) Tehran Times, December 10, 2009

7) United Press International, August 25, 2009

8) BBC News, December 1, 2008

9) New York Times, September 9, 2008

10) Wikipedia

11) Press Trust of India, May 11, 2009

12) BBC News, June 28, 1998

rwrozoff@yahoo.com rwrozoff

http://rickrozoff.wordpress.com/2009/12/31/yemen - la-guerra-del-pentagono-nella-penisola- araba

da Stop NATO Traduzione di Gianluca Freda in http://blogghete.blog.dada. net

alberet

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Re: la difesa al terrorismo impazzita
« Risposta #16 il: 08 Gennaio 2010, 15:25:04 »
Yemen, siamo noi tutti ad essere presi in giro
di Marwan Bishara *

Emarginati dagli sviluppi regionali e intimiditi dalle vittorie di Washington nella guerra fredda e nella guerra del Golfo, due yemeniti – così racconta l’aneddoto – si domandano se il loro paese debba dichiarare guerra agli Stati Uniti, obbligandoli ad occupare lo Yemen e a prendersi cura di esso. “Ma se vincessimo?” chiede uno. “Saremmo noi a doverci prendere cura dell’America!”

Mentre gli Stati Uniti e la Gran Bretagna si preparano a una guerra occulta nello Yemen, sulla scia dei loro fallimenti in Somalia, in Iraq e in Afghanistan /Pakistan, gli yemeniti potrebbero chiedersi se questo aneddoto non stia diventando realtà. Negli ultimi giorni, Londra ha invocato una conferenza internazionale sullo Yemen (dopo averne chiesta un’altra sull’Afghanistan) sotto l’egida anglo-americana per decidere il modo migliore per sostenere il governo di Ali Abdullah Saleh, il presidente yemenita, contro al-Qaeda.

Da stato fragile a stato fallito

Non bisogna essere esperti di Yemen per affermare che destabilizzare ulteriormente lo Yemen sulla falsariga del Pakistan o della Somalia non è una buona politica, e che la vicinanza dello Yemen al Golfo e al Corno d’Africa non fa ben sperare per la stabilità regionale.
Ma questo è esattamente quello che succederà, se la politica “antiterrorismo” anglo-americana si concentrerà sul sostegno militare a un governo ormai trentennale che amministra un paese instabile e decentralizzato.

Offrendo ulteriore addestramento militare, armi, pattugliamenti navali, e condivisione delle informazioni di intelligence, ed eventualmente anche operazioni offensive congiunte, l’Occidente potrebbe contribuire a prolungare e a sostenere un regime autocratico che deve far fronte a movimenti secessionisti nel Nord e nel Sud del paese.Molto probabilmente, però, ciò aggraverà la situazione trasformando il fragile stato dello Yemen in uno stato fallito.

Anche se le stime sono esagerate (il ministro degli interni dello Yemen nel 2002 stimò che il numero delle armi nel paese era di circa 60 milioni), le tribù yemenite sono meglio armate di chiunque altro nella regione, e non consegneranno pacificamente le armi al governo centrale, soprattutto alla luce della dichiarata intrusione straniera negli affari del loro paese.

Un fronte dimenticato?

Ma la presenza militare americana, come quella di al-Qaeda, non è certo nuova. Nel decennio successivo all’attentato alla USS Cole al largo delle coste dello Yemen nel 2000, Washington ha inviato forze speciali nel paese, preso presunti “terroristi” ed effettuato diversi raid congiunti contro obiettivi di al-Qaeda nel paese.

Ma ciò viene ignorato da una classe sempre più influente di pseudo-specialisti e auto-dichiarati “esperti di terrorismo”, le cui carriere ruotano attorno alle consulenze al governo USA ed a quello del Regno Unito, con il preteso obiettivo di spiegare loro come promuovere i propri interessi in Medio Oriente con la forza.
Essi ritengono che lo Yemen sia il “fronte dimenticato” della “guerra al terrore”, e consigliano ulteriori dosi delle solite soluzioni militari e di sicurezza.

Essi maliziosamente ignorano il decennio di segreta cooperazione militare americana e di operazioni di sicurezza nello Yemen, che sono fallite miseramente, e pericolosamente invitano ad alzare la posta in gioco in un paese che soffre di numerose tensioni e di conflitti tribali, religiosi, regionali, culturali ed economici che non fanno che alimentare l’instabilità e la violenza.

Effetto boomerang

Per affrontare i problemi dello Yemen è necessario innanzitutto comprendere perché questo paese può costituire un terreno fertile per al-Qaeda, e riconoscere il ruolo degli Stati Uniti negli affari interni del paese (per non parlare del vecchio dominio coloniale britannico). I giovani yemeniti furono radicalizzati in Afghanistan, dove decine di migliaia di essi andarono a combattere contro i sovietici, sotto gli auspici di una guerra segreta della CIA in quel paese. Ma la fine della guerra fredda non significò la fine degli “arabi afghani”, che in seguito formarono il nucleo di al-Qaeda, sia in Afghanistan che nelle loro terre d’origine. Migliaia di essi, che fecero ritorno nello Yemen e si unirono a gruppi religiosi estremisti locali, guardarono con un senso di amarezza e di tradimento al mezzo milione di soldati statunitensi dispiegati nel 1991nella vicina Arabia Saudita, il luogo di nascita del profeta. Il fatto che il governo yemenita, così come la volontà popolare, si siano opposti all’azione militare statunitense contro l’Iraq di Saddam non fece che rafforzare i gruppi radicali di nuova formazione. Inoltre, i regimi del Golfo delusi dall’opposizione dello Yemen alla guerra per liberare il Kuwait, rimandarono a casa circa un milione di immigrati yemeniti, facendo innalzare enormemente i livelli di disoccupazione e riducendo notevolmente le rimesse estere, e – così facendo – creando il terreno propizio per l’estremismo.

Ma il ruolo degli Stati Uniti in Afghanistan negli anni ‘80 e il loro ruolo nel Golfo negli anni ‘90 sono solo due esempi di come l’interferenza militare USA abbia avuto importanti ripercussioni politiche nello Yemen. Il sostegno degli Stati Uniti ad Israele e alla sua occupazione delle terre arabe palestinesi, libanesi e siriane, e l’intervento di Washington nella vicina Somalia, hanno ugualmente prodotto ostilità dirette e indirette nei confronti degli USA.

Politica interna

Dal canto suo, il presidente Ali Abdullah Saleh, soldato ed esperto manipolatore politico, non se ne stava innocentemente con le mani in mano, mentre gli eventi internazionali e regionali colpivano il suo paese. Sebbene Saleh abbia compiuto seri tentativi di rafforzare l’unità, l’economia e le istituzioni dello Stato da quando prese il potere nel 1978, la sua preoccupazione principale è sempre stata la stabilità e la supremazia del suo regime. Nel primo dei suoi tre decenni al potere, Saleh agendo da militare assicurò la sua posizione nel nord dello Yemen aizzando le tribù – alcune delle quali erano appoggiate dall’Arabia Saudita – le une contro le altre.

Negli anni ‘90, egli raggiunse l’unità nazionale con lo Yemen del sud, fondendo le due entità in un solo stato, dapprima attraverso un processo politico e stabilendo un partenariato, e poi vincendo la guerra (1994) contro i leader del Sud che ancora una volta cercavano la secessione. Ma, cosa ancora più importante, egli raggiunse l’unità consolidando il suo potere e sbarrando la strada ai suoi potenziali avversari, grazie alla tattica di aizzare gli islamisti del Nord contro i sudisti socialisti e laici. Negli ultimi dieci anni, Saleh ha sfruttato la “guerra al terrore” degli USA per schiacciare i suoi alleati islamisti di una volta, da lui rafforzati e successivamente trasformatisi in suoi avversari politici. Dopo gli attacchi di al-Qaeda contro gli interessi britannici e contro la USS Cole nel 2000, Saleh era riluttante a collaborare apertamente con l’amministrazione degli Stati Uniti.

Tuttavia, dopo gli attacchi dell’11 settembre a New York e Washington (e un attacco contro una petroliera francese nel 2002), Saleh accettò di cooperare con gli Stati Uniti su tutti i fronti della sicurezza dopo aver ottenuto rassicurazioni americane che lo Yemen non sarebbe stato un obiettivo della “guerra al terrore” degli Stati Uniti, come è invece avvenuto con l’Afghanistan e l’Iraq. Gli Stati Uniti posero il guru del movimento islamico yemenita, Sheikh Abdul Majid Az-Zindani, sulla loro “lista nera” antiterrorismo, e il governo yemenita mise tutte le scuole religiose sotto la sua supervisione.

Tutto inutile

Tuttavia, niente di tutto questo ha aiutato Saleh a mettere al sicuro il proprio regime. Recenti scontri con i ribelli Houthi nella regione settentrionale del paese hanno portato a un’ingerenza militare dell’Arabia Saudita al fianco del governo yemenita, mettendo in evidenza la debolezza del regime.

Allo stesso modo, l’incapacità di Saleh di smorzare le continue tensioni politiche e di sicurezza nel Sud, mentre le condizioni socio-economiche continuavano a deteriorarsi nel resto del paese, non ha fatto altro che evidenziare ed amplificare la debolezza del regime e la sua dipendenza dagli aiuti economici e militari provenienti dall’estero. Tuttavia, con la metà della popolazione che è analfabeta e vive sotto la soglia di povertà, e con un tasso di disoccupazione che si aggira attorno al 30%, ogni tentativo di giungere a una soluzione militare potrebbe soltanto peggiorare una situazione già insostenibile. Il presidente americano Barack Obama farebbe bene a ricordare il consiglio dato al suo predecessore dal generale Colin Powell: “Signor Presidente, chi rompe paga”.

Paradossalmente, se gli Stati Uniti continueranno a “fallire con successo” nella loro “guerra al terrore”, saranno leader autocratici locali come Saleh che finiranno per occuparsi della sicurezza USA, invece che dei propri interessi nazionali. E saremo noi tutti ad essere presi in giro…

* Marwan Bishara è un palestinese di nazionalità israeliana; scrittore, giornalista, e analista politico per il canale satellitare al-Jazeera English, ha insegnato presso l’American University of Paris (da www.medarabnews.com )