Comincerei, se me lo permettete, con un po' d'autobiografia.
Non vengo da una storia di partito, anzi. Ho iniziato a far politica attiva a 35 anni (assai tardi, quindi) da indipendente (come si dice nel gergo) e ce n'ho messi altri 8 per arrivare a prendere la tessera di un partito. Mi sono mosso quindi da un'iniziale, epidermica diffidenza nei confronti dei partiti ad un'accettazione, comprensione dell'utilità se non addirittura della necessità della forma partito.
Intendiamoci: non mi sogno di negare che il Partito abbia dei difetti, mi ci sono scontrato e continuo ogni tanto a scontrarmici (anche se sto in un partito che è il meno Partito che ci sia - e questo non è sempre un pregio).
Però sento sempre più fastidio per l'acritico, semplicistico luogo comune secondo cui i partiti sarebbero stati (o ancora sarebbero) la cancrena della democrazia italiana.
Alla base di questo ritornello, diffuso ovunque, intravvedo sempre più chiaramente il vero neo della nostra ancor giovane democrazia: la mancanza di senso civico.
Che comincia dal non identificarsi con la comunità e con le sue istituzioni rappresentative. Come ho già scritto oggi altrove, mi sbalordisce la repentina trasformazione per cui quando qualcuno di noi (con cui parlavi al bar, giocavi a tennis, andavi al cinema...) viene eletto a qualche carica diventa subito ai tuoi occhi uno di loro, un politico.
Una transustanziazione. :shock: :shock: