Ma la concretezza di una persona si verifica anche dalla capacità di analizzare quali siano le possibilità offerte dalle norme in vigore al fine di instaurare un rapporto di lavoro che sia confacente con le caratteristiche richieste per la prestazione.
E questo cosa vorrebbe dire...? Qui si sta parlando del contratto a progetto in generale, o del
mio contratto a progetto? Perché, nel secondo caso, non mi sembra di aver mai detto né sottinteso che il mio profilo lavorativo risulti insoddisfacente, non corretto o che altro...
Questo appunto sulla situazione personale mi sembra per giunta estremamente cafone, ma siccome non mi va di scendere in una spirale di cafonaggine, lasciamo pur correre.
Ora è fuor di dubbio che il lavoratore, prestatore d'opera, professionista o come si vuol chiamare, sia la parte più debole della contrattazione. E' infatti, sia prima dell'instaurazione della collaborazione, sia durante la prestazione, sottoposto ad una specie di "soggezione" nei confronti del datore di lavoro.
Ma questo si verifica anche durante un normale rapporto di lavoro dipendente.
Quindi l'unica discriminante tra le due particolari tipologie è costituita dalla rilevanza e dalla certezza di quanto viene tra le parti concordato: cioè dalla predisposizione di un progetto lavorativo che deve risultare dalla documentazione scambiata tra le parti.
Guarda, al di là della tua perorazione, e anche senza essere degli esperti di diritto del lavoro, è evidente che il profilo lavorativo implicato dal CoCoPro è un profilo ai limiti dell'aberrante, a tal punto che lo si inserisce nella categoria insulsa della para-subordinazione, accanto alla prestazione occasionale (come se le due cose godessero, nei fatti, di una parentela anche solo lontana...).
Il collaboratore a progetto, infatti, dovrebbe corrispondere ad una figura professionale che presta la propria opera senza vincolo di subordinazione e senza vincoli di orario (dato che, come contropartita, i contratti a progetto non prevedono maternità, ferie, malattia, TFR e quant'altro)... dovrebbe trattarsi, insomma, di un quasi-libero-professionista supercompetente e autonomo che però, chissà come mai, decide di legarsi al committente con una tipologia contratto di quel genere.
Sulla storia della "soggezione", poi, avrei parecchio da ridire... i contratti a progetto che camuffano rapporti di lavoro dipendente sono utilizzati apposta per evitare danni al datore di lavoro in circostanze "spiacevoli" (come può essere ad esempio la gravidanza di una dipendente), e per spegnere sul nascere qualunque forma di sindacalizzazione.
Che poi sull'incertezza creata dalla precarizzazione o, più che altro, l'uso sconsiderato che della stessa viene effettuato, debbano essere oggetto di una analisi più "umana" di quelle rinvenienti da una norma o dai numeri, credo si possa senz'altro convenire.
Qui non è discorso di "umanità"... se ci affidiamo all'umanità, stiamo freschi.
Qui si tratta di fare due più due... se certi strumenti tendono ad essere utilizzati in larga parte con delle finalità diverse da quelle dichiarate, e se le stesse finalità dichiarate vanno in tutta evidenza contro il buon senso, a prescindere dall'umanità o meno di chi ricorre a questo strumento, mi sembra che ci sia qualcosa che non funziona alla base.
Il CoCoPro (come prima il CoCoCo, solo con la parvenza di una maggiore regolamentazione) è uno strumento concepito appositamente per favorire rapporti di lavoro sbilanciati e sfavorevoli al lavoratore dipendente. Come tale, è parte di un disegno organico finalizzato allo smantellamento del diritto al lavoro e dei diritti dei lavoratori.
Se il ricorso a tali strumenti da parte dei datori di lavoro, e la loro accettazione da parte di lavoratori può essere dettato in molti casi dalla necessità (ed essere comunque declinato in forma non eccessivamente iniqua e vessatoria), la loro difesa ideologica è del tutto inaccettabile.
Detto questo.. possiamo tornare a parlare di musica, per piacere?